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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo Sottosezione Valle di Scalve

PUKAJIRKA 1981 
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli  - Ed. CEDIS 1983

Una Valle prealpina Le prime guide "Valle di Scalve 81" Cronologia La tragedia
Storia di una
spedizione
Dalla partenza al campo base Il racconto di Flavio e Rocco Una montagna che crolla Il ritorno dei due sopravvissuti

(2) Le prime guide

Non è nostra intenzione fare la storia delle prime guide alpine della Valle di Scalve. A noi preme capire perché questi uomini avessero scelto di mettersi a disposizione degli escursionisti di città, gente che doveva apparire molto distante dai gusti e dalle tradizioni dei montanari.
I forestieri passavano il loro tempo facendo lunghe passeggiate, scambiando impressioni sul tempo, sulle difficoltà finanziarie, elargendo consigli.
A parte ogni altra considerazione, comunque, i locali non riuscivano a capire una cosa: perché i forestieri volessero cimentarsi con le rocce impervie della montagna. Ai loro occhi, che il luogo della fatica potesse essere vissuto come luogo di svago, doveva apparire ben strano, anche offensivo. "Non c'è niente, non troverà nessuno lassù". Evidentemente, però, lo stravagante escursionista amava rischiare e far fatica "inutilmente".
Abituati a non lesinare le fatiche, quelle che davano di che vivere alle famiglie, gli Scalvini, come tutti i valligiani, non amavano sprecare energie. Erano addirittura infastiditi nel vederle sprecare da altri, per puro passatempo. Lo sport non esisteva. In tutti i casi esso non era certo rappresentato dall'escursionismo, dall'alpinismo, o dallo sci. Semmai i giochi di paese per i ragazzi, le carte e una buona bevuta all'osteria per gli adulti. Questi erano i divertimenti.
I "forestieri", a volte, ingaggiavano ragazzi esperti dei sentieri e si facevano guidare nelle lunghe passeggiate intorno ai paesi. I primi alpinisti, invece, assoldavano veri e propri portatori. Questi ultimi, negli anni, divennero punti di riferimento obbligati per coloro che volevano fare scalate sulle montagne della Valle. Nonostante la loro esperienza, pochissimi di questi portatori vennero poi riconosciuti come "guide", dalle varie sezioni del CAI. Esiste tuttavia una storia di prestazioni occasionali che soltanto la testimonianza orale tramanda. Proprio queste testimonianze ci fanno capire la sostanziale incomprensione tra gli abitanti della montagna e i "forestieri". Spesso, costoro rimproveravano ai valligiani la loro insensibilità verso i magnifici paesaggi montani. Da parte loro, gli Scalvini rispondevano che l'aria buona, pur essendo tonificante per i polmoni, costituiva un ben scarso nutrimento per lo stomaco.
Comunque, i primi alpinisti manifestavano un rispetto per la montagna, che va sottolineato: la montagna andava affrontata in condizioni ideali, con l'aiuto di un conoscitore, che fosse in grado di indicare i pericoli e i passaggi più agevoli. Al contrario, era sottovalutato l'aspetto sociale che nasceva dal rapporto con la montagna.
Alcune guide, che diventarono famose anche nell'ambiente cittadino, rimasero a lungo in corrispondenza con appassionati locali di escursioni di un certo rilievo. Lettere e cartoline postali avvertivano le guide di tenersi a disposizione, preannunciando il giorno della spedizione, la meta e il numero dei componenti.
Al termine, veniva dato alla guida una specie di riconoscimento sul libretto personale, oltre al compenso in denaro fissato dalle tariffe del CAI.
"Mio padre faceva il falegname, in seguito avviò un piccolo commercio di vini. Egli, comunque, riteneva che la sua principale attività fosse proprio quella di guida alpina. Aveva un certificato, rilasciato dal CAI di Cremona. Tra l'altro, erano molti i signori di Cremona che venivano a Vilmaggiore. In estate arrivavano con le famiglie, in inverno da soli. Era gente educata, gente a modo, gentile con la popolazione. Oltretutto, portava anche un certo beneficio economico. Sul biglietto da visita di mio padre c'era scritto: "Giuseppe Sugliani, guida alpina"; ma non si vantava di aver fatto scalate.
Quando arrivava una cartolina si teneva pronto. Per quella data era senz'altro libero. In tanti anni non gli è mai capitata una disgrazia, né a lui né a quelli che andavano con lui. Si vede che tutti erano contenti, perché abbiamo un libretto pieno di belle frasi, scritte dalle persone che accompagnava. Era molto pignolo. Quando pensava ci fosse pericolo cambiava percorso.
Nel complesso rapporto tra la popolazione locale e gli escursionisti non entrava ancora il concetto di turismo: la gente in genere era indifferente, anche se sapeva abilmente sfruttare le occasioni per guadagnare qualche centesimo.
"Quando arrivarono le prime auto, andavano a carbone. Di solito, al ritorno, rimanevano senza carburante proprio nella salita della Presolana. A noi ragazze capitò una volta di assistere a questo inghippo, che faceva imbestialire i signori. Allora capimmo che qualcosa si poteva fare per racimolare un po' di denaro. Infatti, quando vedevamo arrivare una macchina in Paese, la tenevamo d'occhio sino al momento del ritorno. Nel frattempo nascondevamo alcune fascine di legna nel bosco. Al momento della partenza seguivamo l'automobile. Non appena si fermava arrivavamo noi, con la nostra legna, ben disposte a venderla. Ci capitò di ricavarne anche 20 centesimi, il giusto per comprare un chilogrammo di pane".
A Stalla di Scalve, una frazione di Colere, abitava Manfredo Bendotti, la più famosa guida scalvina. Egli ebbe un rapporto abbastanza diverso con le persone che lo interpellavano per compiere escursioni e per effettuare vere e proprie scalate sulla Presolana.
"Mio padre nutriva una profonda passione per la montagna. In genere, egli andava con i suoi fratelli, ma alcune volte si avventurava anche da solo. In una delle sue escursioni solitarie, non riuscì più ad attraversare il fiume. Quest'ultimo si era ingrossato per le piogge. Inoltre mio padre era ferito: una pietra, precipitandogli su un piede, lo aveva in parte immobilizzato. Era sera e dovette aspettare diverse ore prima che lo trovassimo. All'inizio si andava in montagna con gli zoccoli chiodati. In tal modo la suola faceva maggior presa sulla roccia. Nei punti più difficili si procedeva magari a piedi nudi.
Pensando alle arrampicate di mio padre, mia madre aveva una certa paura, soprattutto nei primi anni del loro matrimonio. Poi, a poco a poco si abituò, o meglio si rassegnò: bisognava pur guadagnare qualche cosa. Tutti coloro che volevano scalare la Presolana chiamavano nostro padre. Alcuni suoi clienti erano signori che abitavano in ville al passo della Presolana, altri erano signori che venivano da Bergamo. Mio padre si era innamorato della montagna portando al pascolo le mucche e le pecore. Egli conosceva bene la zona, tanto da insegnare ai cacciatori i luoghi dove si potevano trovare i camosci.
Noi figli non avevamo tempo per le escursioni, dovevamo badare al bestiame. Soltanto dopo alcuni anni, a poco a poco, il papà cominciò a portarci con sé: le prime volte ci caricavamo in spalla gli zaini dei signori. Talvolta salivamo con un giorno di anticipo per lasciare i carichi in determinati punti ben riparati, facilmente individuabili dai signori che sarebbero saliti l'indomani. Il vitto lo procuravano gli alpinisti. Al loro ritorno qualcosa restava anche per noi della famiglia, ma non sempre. Non si viveva certo con i soldi di guida alpina. Quando non c'erano spedizioni, mio padre faceva qualche giornata di lavoro qui intorno.
A un certo punto, nostro padre emigrò in America e rientrò mentre c'era la guerra, la prima guerra mondiale. Quando tornò riprese subito la sua attività di guida alpina. In quegli anni aveva messo gli zoccoli ferrati: si vestiva con calzoni di fustagno, giacchetta corta e scarponi chiodati, come usavano allora.
Il 5 gennaio del 1925, stava lavorando nel ghiaione della Presolana. I minatori avevano messo le cariche ad un blocco di pietra. Occorreva sgretolarla per fornire materiale ad una fornace di calcina.
Il colpo di mina non partì. Gli uomini aspettarono due giorni, poi mio padre salì a vedere. Come mise il piede sulla pietra, avvenne lo scoppio. Così rimase mutilato: una mano conservò soltanto due dita, l'altra la perse completamente.
Anche in queste condizioni continuò a scalare, arrangiandosi come poteva. E le sue escursioni durarono fino agli ultimi anni, quando ancora molti venivano a chiedergli consigli".
Nel suo libretto di guida alpina, datato 1899, era riportato il regolamento delle guide. Esso stabiliva i rapporti e le norme di comportamento da seguire con gli alpinisti che richiedevano il servizio:
"Deve dimostrarsi cortese verso i viaggiatori, fornire indicazioni e schiarimenti che desiderassero, tutte le cure e l'aiuto necessario secondo le circostanze... Se i viaggiatori avessero motivo di lagnarsi delle guide, oltre al farne cenno sul libretto sono vivamente pregati di darne avviso alla direzione della Sezione... In mancanza di preventivi accordi il compenso da retribuirsi tanto alle guide che ai portatori sarà quello fissato dalla tariffa unita al libretto. Le escursioni che non presentano difficoltà particolari sono retribuite a giornata in ragione di lire 6 per la guida e di lire 4 per il portatore. Un servizio che non oltrepassi le 6 ore si calcola per mezza giornata ed è da retribuirsi con lire 4 alle guide e 2,5 al portatore".
Varie attestazioni sono riportate sul libretto di guida alpina di Manfredo Bendotti che ne sottolineano la disponibilità e la bravura. Eccone un esempio: "20 luglio 1899. La guida Manfredo Bendotti conosce perfettamente la Presolana sulla quale più volte vi salì accompagnando alpinisti i quali, a quanto mi è risultato, ebbero sempre a lodarsi di lui per la sua bravura e per la sua condotta. Compì ancora la traversata dalla punta orientale alla punta occidentale e per primo, dopo vari tentativi fatti da altri, compì la traversata salendo dalla Cantoniera e discendendo direttamente al Lago del Polzone. Conosce ancora la montagna di Barbellino e di Valle di Scalve. Ing. Luigi Albani".
Ma cosa trovarono quei primi "viaggiatori" in Valle di Scalve? Lo attesta la "Guida-itinerario alle Prealpi Bergamasche" del 1900, curata dalla sezione del CAI di Bergamo: "i due centri principali della Valle di Scalve, Vilminore e Schilpario, sono frequentati nella bella stagione da molte famiglie di villeggianti e da turisti, che vi trovano comodi alberghi e guide esperte. Vilminore (m. 1018; ab. circa 800; alberghi: Albrici e Bonicelli, discreti) già sede dei feudatari del burgo Schalve, poi dei reggitori del libero comune e infine del Podestà, è ora capoluogo del mandamento, che abbraccia i 5 comuni della Valle. Una chiesa ed un campanile monumentali, gli avanzi d'antica torre, il vecchio Palazzo pretorio, i caseggiati puliti ed anche eleganti, gli danno un aspetto quasi cittadinesco. Nella vasta chiesa sono da ammirarsi molti bei quadri di Arrigo Albrici, nativo di là, di Lattanzio Querena, del Cavagna, dei Palma e del Moretto. Schilpario (m. 1135; ab. circa 1300; alberghi: Alpino e Prudenza, discreti) conserva nell'aspetto le tracce della sua origine dovuta all'industria del ferro, di cui si hanno colà memorie sino dal secolo XIII. Ora però dei suoi due alti forni uno solo viene ad intervalli acceso. Posto verso il fondo della valle, lambìito dal Dezzo e circondato da splendide selve di abeti e di faggi, offre un soggiorno estivo delizioso. Fu patria del cardinale Angelo Maj (morto il 1855), al quale fu dedicato nella parrocchiale un bel monumento, opera del Benzoni. Nella sacristia si conserva il suo ritratto dipinto dal Coghetti, e gli arredi sacri che gli appartenevano".
Una presentazione turisticamente modesta, come modeste erano le strutture ricettive. Negli altri paesi qualche osteria e nient'altro. La gente di Scalve non pensava al turismo come fonte importante di reddito. Del resto, le comunicazioni erano (e restano ancora oggi) difficoltose, nonostante l'ottimistica descrizione della "Guida alpina della provincia di Brescia" (1889): "Passando da Angolo per Mazzunno, sulla sinistra del torrente si può percorrere una strada originalissima che sale per buon tratto fra altissime rocce calcari alle vaste ed incantevoli praterie di Prae e di Paline, donde a Schilpario e Vilminore...

L'impresa più grossa che ho fatto è quella della salita invernale del canale delle 4 matte. Se non c'è qualcuno che rivendica di essere salito prima, e finora non so di nessuno che l'abbia fatto, questa salita l'ho fatta per primo io, il 18 gennaio del 1953, da solo. Del resto, neanche questa impresa è stata registrata, ma non ho letto di nessun altro che l'abbia compiuta. Se dovessi rifarlo oggi, vestito come allora, morirei congelato.
Allora si aveva vent'anni e si era temprati alla fatica e al freddo. Dopo la scalata sono sceso alla Cantoniera della Presolana e sono tornato a Colere sempre a piedi. A noi bastava farlo: guardavamo gli alpinisti che arrivavano dalla città con rispetto e ammirazione, forse anche con invidia perché potevano fare cose che noi non avevamo la possibilità di fare. Non si trattava di invidia fanatica, nessuno di noi è mai stato fanatico.
Nel 1959 è venuto a scalare con noi per la prima volta Placido Piantoni, che è stato il promotore del gruppo, che ha affrontato il Pukajirka. All'inizio si andava a scalare, ma ci interessavamo un po' a tutto. Non ho mai voluto fare né il maestro di sci, né la guida perché il divertimento deve essere libero e il lavoro è un'altra cosa. Mi sono interessato ai fossili, alla flora e ho fatto perfino lo speleologo. Con Livio Piantoni e Rocco Belingheri, due della spedizione al Pukajirka, ho percorso la "grotta del ghiaccio", sotto il Monte Ferrante. È un cunicolo diviso in due rami, lunghi più di duecento metri l'uno.
Poi qualcosa è cambiato, i nuovi avevano l'interesse per la scalata pura e io ho continuato per la mia strada".
Queste ultime parole sono la testimonianza di uno di quei salti generazionali difficilmente collocabili storicamente, che variano da zona a zona, addirittura da individuo a individuo. "Andare a spasso" e "scalare" possono essere due fasi dell'alpinismo, come possono anche essere due modi di divertirsi, due modi di vivere in sintonia con il proprio ambiente. L'alpinismo può essere svago, divertimento e sport: coloro che lo praticano, comunque lo considerino, hanno estremo rispetto delle scelte altrui. Le domande che si possono porre sono banali proprio perché frutto a volte di una curiosità invadente.
L'alpinista non pensa al rischio, non più di uno che esce ogni mattina in auto per recarsi al lavoro. Possono esistere alpinisti amanti del pericolo, esibizionisti, come in tutte le cose, ma in genere mal si conciliano con la mentalità di chi ama la montagna. "Chi ama la montagna non può amare il pericolo: l'alpinista vuole vivere, gli piace vivere. Quando arriva su una vetta, inconsciamente si dice che ci sono altre vette e continua così a cercare di raggiungerle. Non si considera più grande degli altri, solo più in alto. In genere, poi, non pensa alle persone che sono più in basso, guarda in alto. Si può considerare più fortunato, non certo superiore agli altri; noi almeno la consideriamo una fortuna".
"Facciamo un esempio: io posso anche considerarmi superiore rispetto a uno che non sa andare in montagna, ma ognuno ha le proprie bravure e io valgo poco in altri campi che non conosco o che non mi interessano".
Parlare di montagna a volte mette a disagio: troppo spesso le frasi sono inadeguate e altrettanto spesso si corre il rischio di sconfinare nella retorica. Le situazioni spesso sono insolite e richiedono quindi espressioni insolite. A volte esse hanno colpito l'immaginazione, a volte sono state usate impropriamente per tutt'altri ideali e per tutt'altri scopi. Impropriamente si è anche detto che la montagna porta più vicini a Dio: anche per i credenti questo non può certo essere considerato uno stimolo a compiere delle scalate. Per il credente Dio è in alto e in basso. Semmai, in certe situazioni, la montagna potrebbe essere perfino considerata un mezzo per essere più lontani dagli uomini...
Per tutto questo non è corretto chiedere a un alpinista se ne vale la pena. D'altronde la vetta può essere la parte meno pericolosa di una montagna.

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