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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo Sottosezione Valle di Scalve

PUKAJIRKA 1981 
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli  - Ed. CEDIS 1983

Una Valle prealpina Le prime guide "Valle di Scalve 81" Cronologia La tragedia
Storia di una
spedizione
Dalla partenza al campo base Il racconto di Flavio e Rocco Una montagna che crolla Il ritorno dei due sopravvissuti

(4) Pukajirka Central: una montagna andina

Si era a metà settembre del 1980. Il gruppo stava al rifugio Albani al completo, di ritorno da una delle tante arrampicate in Presolana. La soddisfazione per la scalata riuscita, i soliti discorsi di quello che si poteva fare o non fare, il solito clima disteso e sereno che seguiva le ore passate in parete. In quel clima, quasi per caso, nacque dunque l'idea di una spedizione extraeuropea e per la prima volta fu fatto il nome di una montagna andina dal nome quasi impronunciabile, ma che sarebbe diventato ben presto familiare e che i giornali italiani avrebbero ben presto appreso nella sua grafia tormentata.
"Quel giorno mancava solo Italo Maj del gruppo che poi sarebbe andato al Pukajirka. C'erano Nani Tagliaferri, Flavio Bettineschi, Livio Piantoni ed io, Rocco. C'era anche un altro alpinista scalvino che poi non venne per motivi familiari, ma che era del nostro gruppo alpinistico, Guglielmo Boni.
Stavamo lì seduti e avevamo giusto finito di mangiare. A un tavolo vicino era seduto Titta Caccia, un alpinista bergamasco, grande amico di Placido Piantoni. Si avvicina a noi e ci dice: "Guardate che ho promesso a Placido che avrei portato Rocco e Livio a fare una spedizione. Se volete venire avrei pensato di portarvi in Kenia dove potete trovare montagne con due o tre vie interessanti".
Si era rivolto soltanto a me e a Livio, gli altri non li conosceva. Allora Nani era intervenuto e aveva chiesto se non fosse stato possibile fare una spedizione come gruppo alpinistico della Valle di Scalve. A un altro tavolo Bruno Berlendis aveva sentito la conversazione.
Lo conoscevamo di fama, ma non gli avevamo mai parlato prima di allora. Si avvicinò e ci disse: "Se davvero volete fare una spedizione, ci sarebbe una montagna che per i bergamaschi è negata, sono due volte che non si riesce ad arrivare in cima. È il Pukajirka Central, nelle Ande".
Noi accettammo subito, anche perché capimmo che Bruno Berlendis la conosceva bene. Del resto era appena tornata una spedizione bergamasca per cui avremmo potuto documentarci con le sue diapositive.
Il primo argomento ad essere affrontato fu quello dei fondi. Ci accordammo e tutti ci mettemmo a fare corsi di alpinismo, lezioni di sci da fondo e così via. Nessuno di noi nuotava nell'oro e sapevamo che una spedizione extraeuropea costava sicuramente più di quello di cui ognuno di noi poteva disporre in quel momento. I fondi li mettevamo tutti in comune.
C'era ancora un posto libero e pensammo di proporlo a Italo Maj che già aveva saputo della spedizione e scalpitava per partecipare. Infatti ha accettato subito. Il problema però rimaneva quello dei soldi. Non era facile chiederli alla gente: c'era chi diceva che andavamo a spasso. Allora ci presentammo con una riunione pubblica cui partecipò moltissima gente e cercammo di spiegare cosa andavamo a fare e perché. In quella riunione il dott. Manfredini, medico della spedizione, riuscì a far capire che cosa ci proponevamo intitolandola anche alla nostra Valle di Scalve. Inviammo una lettera agli amministratori dei quattro comuni della Valle e alla Comunità Montana. Infatti alcuni comuni ci sovvenzionarono".
La lettera inviata agli amministratori Scalvini diceva tra l'altro:
"Questa nostra prima esaltante impresa alpinistica extraeuropea ha assunto il nome di Valle di Scalve per il nostro preciso intendimento di darle lustro e vanto, oltre che per il semplice motivo che la spedizione è formata per la maggior parte di giovani e forti guide alpine scalvine, forgiate alla severa scuola dell'indimenticabile Placido Piantoni sulle vertiginose pareti della Presolana e fra le ardue balze del Pizzo Camino e Cimon della Bagozza.
Non ultimo l'intento di onorare gli antichi maestri bergamaschi che hanno dato origine alle epiche tradizioni della centenaria storia del nostro alpinismo: le guide alpine Antonio Baroni, Pietro Medici e Manfredo Bendotti di Colere. Porteremo nel gelido inverno delle Ande Peruviane tutto il calore del nostro entusiasmo, della nostra passione e il massimo impegno per l'amore che ci lega all'amata Valle di Scalve e a tutto l'alpinismo bergamasco".
Il capo-spedizione Bruno Berlendis predispose anche un libretto che oltre ad illustrare le motivazioni della spedizione, esponeva nei dettagli il programma e gli elenchi dei materiali e delle spese relative. "Il desiderio è umano, ma quando questo non basta più, si trovano altri uomini che la pensano allo stesso modo e soprattutto condividono l'arte di salire le montagne. E anche se non è provato che la montagna migliori l'uomo, è comunque certo che questo migliora l'umanità riaccendendo in esso lo stimolo della conquista, dell'osare, dell'agire, del non accettare passivamente. L'esito della spedizione per ottimo, discreto, mediocre che sia varrebbe a renderci più uomini o diversamente uomini di quanto lo siamo già oggi e resteremmo comunque? "
Una domanda quella che Bruno Berlendis poneva dalle pagine di presentazione della spedizione "Valle di Scalve '81" che il 21 marzo 1981, in un salone del palazzo della Comunità Montana a Vilminore di Scalve, di fronte a quasi duecento persone, ha ricevuto qualche risposta. In genere agli alpinisti non vengono fatte domande di questo tipo: l'alpinismo viene accettato e basta, come un fatto. Semmai si discute sul "come", ma troppo poco sul "perché". Eppure ogni fatto può essere spiegato e raccontato e proprio in questo sta la validità e il fondamento del suo valore umano, del suo apporto al progresso umano. E quando tutto un paese, tutta una valle, tutta una provincia viene chiamata a piangere su una tragedia, deve poter essere in grado di valutarne le ragioni umane più profonde.
La spedizione "Valle di Scalve '81" è la prima spedizione che vede delle guide alpine e degli scalatori della Valle uniti in un tentativo di scalata. Precedentemente singoli alpinisti scalvini hanno partecipato a spedizioni anche extraeuropee. Desidero ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutato finanziariamente ma ancora di più tutti voi che siete qui a testimoniare il vostro contributo morale che è poi quello che ci preme di più. Vorremmo che proprio da voi ci venissero delle domande, non tanto sulle difficoltà tecniche della spedizione che verranno illustrate, ma sul perché. Noi ci teniamo a rispondere a questa domanda e quindi ci aspettiamo che ce la facciate". Così Nani Tagliaferri, presidente della sottosezione del CAI della Valle di Scalve, esordiva nell'assemblea pubblica. Per una sorta di sbagliato pudore solitamente la domanda viene elusa e si dà per scontata la risposta. Molti considerano dei "matti" gli alpinisti e li accettano dunque così come sono: è un atteggiamento riduttivo e assolutamente insufficiente.
Quando è possibile avere una spiegazione, è lecito chiederla e pretenderla.
"Mi sono reso conto, tutto sommato, che non c'è differenza tra un'esperienza che abbiamo ognuno di noi nei confronti della vita e quella che abbiamo nei confronti della montagna. In altre parole la montagna può essere considerata esattamente come la vita, soltanto che a volte noi non sappiamo vivere la stessa equazione nella nostra vita quotidiana, che è piena di possibilità, di alibi, di scappatoie, di scelte. In montagna si crea una situazione tale per cui non ci sono scappatoie, le scelte sono obbligate e richiedono tutta la nostra attenzione che riassume in quel momento l'attenzione di tutta la nostra vita, di quello che siamo stati e di quello che siamo. In quel momento ci può essere la prova del nove di quello che ognuno di noi è, non di quello che ha sempre sognato di essere, ma di quello che è. E in quei momenti la domanda è quella di chi o che cosa ce lo ha fatto fare. È una domanda che non ci poniamo mai perché si presuppone che ci sia già una risposta da qualche parte e quindi non valga la pena cercarla. Ci sono due atteggiamenti di fronte all'alpinismo ambedue inadeguati: uno di chi non si pone queste domande per non dover avere il tormento di una risposta che lo costringa a guardarsi dentro, e uno di chi si pone mille problemi teorici, disertando sulle varie teorie con sottigliezze sofistiche. Questo porta spesso a indicazioni esclusivamente sull'alpinismo: l'alpinismo è questo, oppure l'alpinismo non può essere che questo o quest'altro. Non necessariamente l'alpinismo deve sempre essere visto come l'aspetto eroico di un individuo: l'alpinista non è detto sia solo quello che va su, va su, ma può anche essere chi va su "dentro". Qualcuno ha bisogno anche di farlo "fuori", di farlo con le braccia, con le gambe, quando questo corrisponde al suo bisogno di vivere la propria esperienza umana.
Certe situazioni hanno grande importanza non per sé stesse ma in quanto servono a raggiungere una consapevolezza sulle cose quotidiane che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere per alcuni individui. E quindi importante che si riesca a far partecipi anche gli altri di questa consapevolezza acquisita".
Il dott. Giuseppe Manfredini, medico della spedizione, ha così cercato di dare forma logica alle sensazioni e alle spinte inespresse che stanno alla base dell'alpinismo e che giustificano anche un altro tipo di consapevolezza, quella del rischio. Gli alpinisti tendono a minimizzarlo a parole e nella realtà con un'accurata preparazione psicofisica che è la riprova della sua esistenza. Un argomento tabù che forse andrebbe affrontato con serenità, non essendo del resto un'esclusiva del mondo alpinistico. "Un grande alpinista in un suo libro racconta di una conversazione che ebbe in un campo base prima di una spedizione, quando volle affrontare preventivamente il problema derivante dalle eventuali vittime. Molti si rifiutarono di parlarne, alcuni abbandonarono addirittura la spedizione. Ne venne alla fine una lunga discussione in cui ognuno espresse la sua preferenza e gran parte degli alpinisti rivelò il desiderio di restare sepolti sulla montagna, in caso di incidente mortale. Una soluzione come un'altra, ma presa affrontando l'argomento, non dandolo per scontato quando per moltissima gente scontato non è".
La gente della Valle di Scalve mostrò di aver capito, o forse di aver intuito cosa spingeva quei cinque giovani a tentare di scalare una montagna che aveva quel nome difficile da pronunciare, in un paese tanto lontano da non saperlo neppure trovare sulla carta geografica. Forse c'era anche una componente campanilistica, quella di far conoscere attraverso questa impresa il nome di una piccola valle sperduta nelle Alpi italiane a tutto il resto d'Italia e di avere così una piccola rivincita morale sull'abbandono in cui la montagna è lasciata.
"La gente ci fermava per la strada, ci domandava dove andavamo, ci faceva gli auguri. Sapevano che eravamo gente seria, che eravamo preparati: avevano capito cosa andavamo a fare. Certo, c'era anche della gente che diceva che si andava a spasso; ma questo discorso potrebbe essere fatto per tante cose, per tutto lo sport, e non solo per questo".

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