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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo Sottosezione Valle di Scalve

PUKAJIRKA 1981 
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli  - Ed. CEDIS 1983

Una Valle prealpina Le prime guide "Valle di Scalve 81" Cronologia La tragedia
Storia di una
spedizione
Dalla partenza al campo base Il racconto di Flavio e Rocco Una montagna che crolla Il ritorno dei due sopravvissuti

(5) Dalla partenza al campo base

I preparativi per la partenza, la gente che ti ferma per la strada, ti fruga con gli occhi che cercano sulla tua faccia qualcosa che mostri la paura o qualche sensazione che soddisfi la curiosità.
Lunghi allenamenti, lontano dagli occhi di tutti, il materiale da controllare e ricontrollare, le lunghe chiacchierate su quello che si sarebbe trovato su quella montagna così diversa da quelle solite, in un Paese così diverso dai nostri. Bruno Berlendis, il capo spedizione, con pazienza e meticolosità a preparare il suo "progetto organizzativo", lui che su quella montagna c'era già stato nel 1960. La sua spedizione s'era fermata davanti a uno di quei terribili muri di ghiaccio di cui adesso tutti parlavano. Nelle lunghe discussioni erano proprio i terribili muri di ghiaccio a rappresentare l'unica incognita: sono due, forse tre, sono ancora gli stessi di vent'anni fa, sono cambiati, chi lo può dire... Eppure solo l'anno precedente un'altra spedizione bergamasca si è fermata di fronte a uno di questi muri che sembrano insormontabili. Bruno Berlendis ha studiato la cosa a fondo e ha trovato la soluzione: ha fatto fare dei chiodi appositi per ghiaccio e per quei muri maledetti, che sono anche il fascino di questa montagna delle Ande peruviane.
"Questa barocca cima ghiacciata" come l'ha definita Bruno Berlendis non è una cima altissima, ma ha dei guardiani efficaci proprio in queste creste di ghiaccio, veri e propri muri insuperabili con i normali mezzi alpinistici. Aggirarli rappresenta un rischio notevole perché si è costretti a uscire sopra il vuoto con strapiombi indescrivibili e rischi eccessivi. "E' un conto aperto fin dal 1960 per i bergamaschi" scrive ancora in quei giorni Bruno Berlendis. Ed ecco i componenti della spedizione:
Bruno Berlendis, 54 anni, capo spedizione, accademico del CAI, nato a Bergamo. Marcello Scandella, 58 anni, responsabile dei servizi logistici, alpinista, nato a Bergamo. Giuseppe Manfredini 43 anni, medico della spedizione, dottore in medicina, nato a Fontanella (BG). Rocco Belingheri, 39 anni, componente alpinista, guida alpina, nato a Colere (Valle di Scalve - BG). Flavio Bettineschi, 27 anni componente alpinista, istruttore d'alpinismo, nato a Colere. Italo Maj, 30 anni, componente alpinista, nato a Schilpario (Valle di Scalve BG). Livio Piantoni, 29 anni, componente alpinista, guida alpina, nato a Colere. Nani Tagliaferri, 41 anni, componente alpinista, guida alpina, nato a Vilminore di Scalve.
A Lima del Perù per l'organizzazione sul posto si era deciso di appoggiarsi all'esperienza di Celso Salvetti, un friulano di poche parole con alle spalle più di 150 spedizioni nelle Ande peruviane e buon conoscitore del Paese e delle necessità di una spedizione proveniente dall'Europa. Era previsto di ingaggiare due portatori; il totale della spesa per i portatori era stata fissata in L. 700.000 complessive così suddivise: 12.000 di paga giornaliera per complessivi 25 giorni più un premio finale di 50.000 per ogni portatore. Nel suo: "Progetto organizzativo" Bruno Berlendis aveva previsto tutto, dalle vaccinazioni ai documenti, dall'equipaggiamento alpinistico, elencato nei minimi dettagli, fino al peso per il trasporto aereo. Ogni componente la spedizione non doveva avere più di 24,900 Kg di materiale.
"Sulla Cordillera Blanca il limite inferiore dei ghiacciai si ferma all'incirca all'altezza di 4.800-5.000 metri, secondo l'esposizione. Poco sotto questo limite è quasi sempre possibile installare il campo base: o sulle morene dei ghiacciai o direttamente sui pendii in genere non molto ripidi dei versanti. Nel nostro caso specifico l'erezione del campo base, non dovrebbe riservare nessuna sorpresa o problema sapendo già di poterlo piazzare a una quota di 4.000-4.200 metri su di un ampio spiazzo erboso formante fondovalle delle vicine montagne che lo coronano, raggiungibile con mezzo meccanico".
Il campo base doveva essere composto di 5 tende, una come mensa soggiorno, un'altra come cucina e deposito materiale e le altre tre come dormitorio. Il campo n. 1 doveva essere posto a quota 4.800 metri circa e si indicavano due tende da alta quota con tre posti per tenda. Il campo n. 2 doveva essere posto a circa 5.800 metri di altitudine e doveva essere composto di due tendine d'alta quota superleggere. L'ottimismo era quindi diffuso tra i componenti della spedizione e c'era soltanto il solito consueto residuo timore per la componente di rischio che ogni spedizione comporta.
La gente della vallata era troppo abituata a vederli partire e tornare con l'annuncio di avere scalato questa o quella montagna, descritte nei libri di alpinismo come montagne terribili e difficili. E anche questa volta era più l'invidia per quei posti lontani che interesse vero e proprio.
Capivano tutti che questo doveva essere un salto di qualità, ma nessuno metteva o mise in dubbio che l'impresa non fosse o non potesse essere alla loro portata.
E qualcuno pensava alle feste per il ritorno. "Se non dovessi più tornare..." e tutti pensavano a uno scherzo e uno scherzo sembrava a tutti, tanto la cosa appariva assurda e lontana. Tanti alpinisti precipitati sulle montagne della Valle di Scalve avevano insegnato a rispettare la montagna, ma non a temerla.
E venne il giorno della partenza. Era un sabato di giugno, il 27 giugno del 1981. Nel tardo pomeriggio, verso le ore 18 i componenti lasciavano la Valle di Scalve. 

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