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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo
Sottosezione Valle di Scalve
PUKAJIRKA 1981
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli - Ed. CEDIS 1983
(6) II racconto di Flavio Bettineschi e Rocco Belingheri e il diario di Nani
Tagliaferri
Dopo una breve sosta a Bergamo, partiamo dall'aereoporto della Malpensa di Milano. Il decollo del DC10 avviene all' 1.30 di domenica 28 giugno. Dieci ore e mezza di volo e si atterra a Caracas, in Venezuela. Dopo una sosta di un'ora e mezza si riparte: nuovo scalo a Bogotà e finalmente l'arrivo a Lima alle 11.30 locali. Si alloggia all'hotel "La Castellana" nel quartiere Miraflores. Il lunedì è la festa di S. Pietro e Paolo, i negozi sono
chiusi. Visitiamo la città.
"Lima è una città dai mille volti, dal lusso più sofisticato alla povertà più nera: sono costretti a vivere nelle favelas sulle montagne intorno alla città". Il martedì 30 giugno lo passiamo girovagando per la città, ma questa volta non per turismo, ma per provvedere all'acquisto dei viveri nei vari supermercati di Lima; nel pomeriggio imballiamo tutto il materiale; alle 21.00 tutti a letto. Il mattino seguente, mercoledì 1 luglio, sveglia alle ore 7.00, preparativi per la partenza alla volta di Huaraz. Con il pulmino messoci a disposizione da Celso Salvetti, presidente del CAI di Lima, percorriamo la Panamericana attraverso il deserto. Ci fermiamo in un piccolo paese dove mangiamo. Il viaggio prosegue tra coltivazioni di banane, lino, mais e canna da zucchero. "A Barranca lasciamo la campagna verdeggiante per inoltrarci in una valle selvaggia e brulla con qualche casolare degli indios sul fondo valle, in un fazzoletto di verde. Dopo 150 Km di questo paesaggio, la strada comincia a salire con qualche villaggio di indios qua e là, fino al passo di Ganokocha dove arriviamo alle 21.00: da qui una rapida discesa su una strada con parecchie buche. Quando giungiamo ad Huaraz sono le 22.30. Sistemazione in un bell'albergo, scarico del materiale, cena e alle 23.30 finalmente a letto, dopo un viaggio di 14 ore
ininterrotte", il giovedì 2 luglio è dedicato al riposo e all'acclimatamento. Siamo già a più di tremila metri. Compriamo dei regali nei negozi della cittadina, scriviamo cartoline. "Sono i momenti più belli, vorresti comprare qualcosa a tutti, ti passano davanti tutti i volti cari e c'è qualche attimo di emozione e di malinconia".
Venerdì 3 luglio, sveglia alle 8.00, colazione e di nuovo una puntata in Huaraz per le ultime spese: pane, patate e poi ancora cartoline. Ancora una volta ho potuto notare la miseria che c'è in giro in questi posti (...) Sabato 4 luglio, sveglia alle ore 3.30, partenza da Huaraz mezz'ora dopo per un viaggio di 430 Km di cui 350 Km di strada sterrata per arrivare al campo base, viaggio allucinante, seduti sopra le casse e, appena sopra la testa, il telone (...). Il paesaggio è brullo con qualche pueblo e intorno qualche macchia di verde, l'albero di alto fusto che predomina è l'eucalipto. La strada è strettissima tanto che il mezzo ci transita appena, a volte con una ruota posteriore fuori dal muro. L'andamento della strada segue tutta la montagna con avvallamenti e costoni ora in quota ora a valle per collegare tutti i paesi e quindi di nuovo in quota (...). Breve sosta al passo di Palo Seco dove arriviamo alle ore 15.00. Breve sosta, mangiamo qualche arancia, mele e di nuovo in marcia verso la meta definitiva, cioè Laguna Safuna, proprio ai piedi del Pukajirka. Questa strada di 45 Km è una vera avventura: dobbiamo spalare, per frane appena cadute, passiamo guadi con 70 cm di acqua e, per finire, rimaniamo senza gasolio, travasare nel serbatoio, spurgare gli iniettori, tutto questo alla luce delle torce. Finalmente, in moto: si riparte contenti. Dopo qualche chilometro ci scoppia un pneumatico a causa di un sasso e del carico eccessivo, 15 q di materiale più 11 persone.
Sostituita la gomma si riparte al buio. Si sente da lontano qualche campanaccio dei pastori. Finalmente alle 22.00 siamo a destinazione, piantiamo una grande tenda, gonfiamo i materassini e a mezzanotte il meritato riposo.
Domenica 5 luglio. Non molto convinto del luogo scelto per il campo base, mi sveglio alle 5.00, una rapida escursione e mi rendo subito conto che siamo troppo in alto, non c'è acqua. Chiamo Bruno Berlendis, una rapida consultazione con tutti e poi si decide di ridiscendere. Smontiamo la tenda, carichiamo di nuovo e scendiamo di un paio di chilometri. Troviamo una bella spianata che la sera prima non avevamo visto a causa del buio.
Ci fermiamo qui: un bel corso d'acqua e un magnifico tappeto erboso. Incominciamo a piantare le tende e a smistare
tutto il materiale: intanto gli occhi sono rivolti verso sua maestà (il Pukajirka) (...). Durante il viaggio Italo Maj è stato male, durante la notte è stato male anche Beppe Manfredini". Italo era stato male in quanto era seduto sul fondo del camion e aveva respirato i gas di scarico. Avevamo preso con noi anche un portatore del posto, che doveva aiutarci nel trasportare il materiale, ma anche per parlare con gli indios che erano spinti dalla miseria a visitare i campi alpinistici per trovare qualcosa da mangiare. È gente che cammina per settimane, sperando di trovare qualche avanzo di cibo.
Il portatore si chiamava Leon. Quando questi indios sono venuti la prima volta hanno chiesto al nostro portatore se eravamo armati e lui ha risposto affermativamente per spaventarli un pò. Davamo loro qualcosa da mangiare e se ne tornavano ai loro pascoli. I paesi che avevamo attraversato del resto dimostravano già la loro miseria. Quando ci eravamo fermati a far colazione in uno di questi paesini, avevamo mangiato delle uova e del cioccolato in uno di quelli che loro chiamano bar, ma sono quattro mura, senza tetto, perché da 42 anni non piove più nella zona. La colazione però ci è rimasta sullo stomaco, perché oltre a Italo anche qualcun altro aveva preso a sudare e non stava bene. D'altronde bisogna pensare che oltre ai gas di scarico, c'era tantissima polvere e il camion nel frattempo ci portava in quota. Erano strade deserte, dove non passava mai nessuno. La strada che portava alla Laguna Safuna era una vecchia strada tracciata per lavori effettuati nella zona per il convogliamento delle acque del ghiacciaio. L'unico pullman che passava da quelle parti partiva una volta la settimana da Pomabamba, il paesino più vicino alla Laguna Safuna. La strada quindi era dissestata e abbiamo dovuto proprio rimuovere gli ostacoli e ritracciare alcuni tratti del percorso. Anzi, a un certo punto la strada non c'era proprio più. Siamo scesi dal camioncino, abbiamo preso pale e vari attrezzi e abbiamo rifatto il fondo stradale. D'altronde non c'era altro da fare e dovevamo aspettarcelo, dato che la strada non serviva più, quindi era abbandonata.
La Laguna Safuna è composta di due laghetti: uno è ai piedi della morena del ghiacciaio e, quando raggiunge un certo livello, straripa nell'altro, in modo che non si verificano più disastri e alluvioni. Prima di questi lavori le acque si riversavano nella valle, travolgendo le baracche dei contadini che sono sparsi un po' dovunque per la montagna.
La sera del nostro arrivo credevamo che la strada terminasse, così come ci avevano riferito coloro che c'erano già stati. Invece la strada si inoltrava ancora sul ghiaione. Per questo eravamo andati oltre il punto dove avevamo pensato di piantare il campo base. Il posto per piantare il campo base l'avevamo tutti in mente così come ce l'aveva descritto Bruno Berlendis. Doveva essere un pianoro ideale per sistemare le cinque tende del campo. Ma quella sera era tutt'altra cosa, eravamo stanchi e non avevamo neppure la forza di scherzare come facevamo di solito. Comunque, il giorno seguente rimediamo: infatti cambiamo posto. Durante la notte un po' tutti abbiamo avuto disturbi e abbiamo preso un gran freddo. Al mattino presto alcuni di noi sono già svegli e si muovono per non restare intirizziti.
Quando tutti sono in piedi, ci trasferiamo nel posto che avevamo previsto: uno spiazzo con tutto quello che occorre. Vicino c'è il torrente che esce dal ghiacciaio. In breve, piantiamo un campo a regola d'arte.
Il medico comincia a fare le visite. Siamo tutti stanchi e col mal di testa, quindi decidiamo di riposare.
Nessuno ha febbre e questo è già consolante.
Il giorno dopo sembra tutto diverso, ci sentiamo tutti bene, abbiamo già voglia di salire, di andare a curiosare, a vedere un po' com'è il ghiacciaio. Bruno Berlendis allora incomincia a preparare la roba da spostare fino ai piedi del ghiacciaio.
Lunedì 6 luglio prepariamo gli zaini per trasportare il materiale che serve per piantare il campo 1. Prima facciamo una tappa ai piedi del ghiacciaio, a quota 4.300 circa, dove organizziamo una specie di campo deposito. Lavoriamo tutti come muli. Lì si fa presto a salire di quota, sembra di fare 20 metri e invece sono già cento metri in più di altitudine. Facciamo tre viaggi fino al campo deposito. Nel frattempo Italo si ammala. Il viaggio lo ha debilitato e ora gli è venuta un po' di febbre.
"In salita nessuno fiatava, al ritorno gli occhi erano fissi sulla parete per cercare la via più logica in modo che rimanesse bene impressa nella memoria. A tratti il dialogo inevitabilmente corre a casa, alle salite fatte in Presolana, alla cucina, al vino perché al campo base si pasteggia con the ed enervit (...) Ritorniamo al campo la sera alle ore 18,00; una lavata nella gelida acqua del torrente a 4.000 metri, ci cambiamo la maglia e ci sediamo a tavola. Panche e tavole sono state ricavate dalle casse di imballaggio studiate appositamente. Si cena con minestra preparata con le bustine, non molto appetitosa, un pezzo di formaggio, pomodori.
Finito, cominciamo a giocare a carte, briscola e scopa, Flavio, Beppe, Rocco ed io. Gli altri giocano a "scala quaranta". A capo tavola il nostro portatore Leon divertito per le discussioni".
Italo aveva sempre la febbre. Quando tornavamo al campo base infatti, per tenerci un po' allegri, lo prendevamo in giro vedendolo triste: si sentiva quasi in colpa per non poterci aiutare. Allora noi fingevamo di essere risentiti per il fatto che non lavorava. Uno gli diceva: "Visto che non fai niente, fammi almeno la camomilla ". Un altro allora rincarava la dose e diceva: "Passami lo zucchero" e così via e poi un altro: "certo che te la passi bene, sei proprio fortunato". Ci guardava senza dire niente ma si capiva che soffriva e si arrabbiava. Naturalmente si scherzava, anche perché eravamo tipi che non badavano al numero dei viaggi. Con noi c'era Leon. Egli ci aiutava più come cuoco e come guardiano del campo base che come portatore.
In quei giorni Leon si era molto affezionato a Italo, per questo si offerse anche di sostituirlo nel trasporto del materiale. Non avevamo alcun disturbo per l'acclimatazione e questo ci spronava ancora di più.
Martedì 7 luglio abbiamo riposato per tutta la mattinata, nel pomeriggio facciamo un altro viaggio fino ai piedi del ghiacciaio. Italo ha sempre la febbre.
Il giorno seguente, mercoledì 8 luglio, decidiamo di stare a riposo assoluto. Flavio e Rocco tentano di pescare qualcosa, ma senza fortuna. Verso sera ci avviamo lungo un sentiero che arrivava fino ai piedi di una montagna vicina. Con noi viene anche Italo, tutto imbacuccato, non sta ancora bene, ma cerca di reagire.
"Mentre scrivo guardo il volo del condor: si libra nell'aria con un'eleganza mai vista. Lo sto osservando con il binocolo: la testa rivolta verso il terreno in cerca della preda, i movimenti delle ali e della coda, essendo enormi, si notano bene quando dirigono il volo (...). Un breve giro alla Laguna Safuna, con anatre meravigliose e uccelli simili a gabbiani. Durante il trasporto dei materiali incontriamo alcune mucche che pascolano liberamente: sono molto più piccole delle nostre. I mandriani le lasciano per mesi interi allo stato brado, soltanto al termine della stagione, vengono a riprenderle. Il tempo è sempre bello (...). Ore 17.30: apprendo dal capo che domani andiamo a piantare il campo n. 1 e bivaccheremo lì. Il giorno seguente faremo una prima ricognizione in parete. Spero vada tutto bene e lascio in caso di incidente il mio diario a Beppe perché lo riporti a casa".
Questa era la nostra intenzione. La nostra intenzione era quella di arrivare a piantare almeno il campo 1, poi la sera saremmo tornati al campo base. Invece siamo arrivati al campo deposito senza carichi particolari visto quello che avevamo già fatto nei giorni precedenti, solo col sacco a pelo. Lì ci siamo caricati della roba da mangiare, delle tende e di bandiere che piantavamo nel ghiaccio durante la, salita. Se fosse venuta la nebbia, avremmo trovato facilmente la strada per tornare al campo base. Formavamo una cordata: Rocco, Livio e Flavio e gli altri venivano dietro con il materiale. La cordata tracciava la strada nella seraccata: bisognava aggirare più volte il ghiaccio per trovare la strada più semplice. Ci vollero sei ore per arrivare nella zona dove abbiamo piantato il campo 1: da 4.300 metri siamo arrivati a 4.800, cinquecento metri di dislivello da fare, carichi di materiale. Volevamo tracciare un percorso che servisse anche in seguito perché poi dal campo base e dal campo deposito si potesse venire facilmente senza impiegare tutto il tempo che era stato necessario la prima volta, quando un pezzo di ghiaccio si doveva aggirarlo anche trenta volte per trovare il sentiero ideale.
Era il giovedì 9 luglio. Piantato il campo 1 non siamo più tornati al campo base come avevamo previsto in un primo tempo. Ci siamo detti: ormai siamo qui, stiamo bene, al campo base è inutile tornare. Al limite avremmo fatto un altro viaggio il giorno seguente ancora al campo deposito per portare più materiale possibile. Ci sentivamo bene e pensavamo che fosse anche il modo per acclimatarci meglio alla quota più alta. Si piantò il campo, si misero in piedi le tende, si preparò qualcosa da
mangiare. In due tende stavamo in cinque: Bruno Berlendis, Flavio Bettineschi, Nani Tagliaferri, Rocco Belingheri e Livio Piantoni.
Il giorno dopo ci sentivamo ancora tutti bene.
Allora cosa si fa? Si sta qui? Si torna indietro? Decidiamo di effettuare un po' di riposo, quando per riposo si intende tornare al campo deposito e non proseguire verso l'alto, tutto qui. Torniamo dunque al campo deposito in modo che il campo 1 risulti provvisto di tutto il materiale nel caso dovessimo fermarci più giorni per il cattivo tempo. Così, attrezziamo meglio il percorso con qualche corda fissa nei punti più difficili. I seracchi sono insidiosi: magari hanno un'apertura limitata, ma non si sa poi dove vada a finire il crepaccio sottostante. A parole parrebbero semplici da superare, nei fatti, bisogna provare. Talvolta, quelle che appaiono piccole crepe nel ghiaccio sprofondano poi a perdita d'occhio.
Arriva un altro giorno e tutto procede molto bene, meglio di così non si può andare.
Sabato 11 luglio, Livio e Flavio decidono di partire per attrezzare almeno la prima parte della salita verso il campo 2. All'inizio seguiamo il tracciato aperto da una spedizione bergamasca l'anno precedente. Esso appare poco visibile, in alcuni punti totalmente cancellato. Ci orientiamo lo stesso poiché lo conosciamo bene: prima di partire avevamo studiato a lungo le diapositive dell'altra spedizione.
Più in alto, sulle rocce, troviamo un pezzo di corda. Ma arrivati a un certo punto comprendiamo che quel percorso a nostro parere va cambiato. I segni sono tutti spariti, portati via dalle valanghe o dal movimento del ghiacciaio, Solitamente nella roccia si va a cercare il camino, ma non in questo caso. Esso, infatti, è sovrastato da paurosi muri di ghiaccio che possono scaricare da un momento all'altro. Perciò scegliamo un tracciato diverso, ci spostiamo a sinistra.
Fortunatamente scegliamo bene: mentre proseguiamo la salita sentiamo che dal camino si scaricano piccole valanghe, sassi e ghiaccio. Dapprima ci chiediamo come avessero potuto scegliere quel percorso, poi pensiamo che la montagna cambia di anno in anno e quindi la situazione può essere mutata. Quando arriviamo alle rocce si presenta il problema della traversata. È un punto difficile ma superabile: le rocce formano una specie di dosso anziché un camino, quindi, se si verificano altre scariche di ghiaccio vengono convogliate ai fianchi.
Sembrerà strano che si parli di roccia su una parete di ghiaccio come è sempre stato descritto il Pukajirka. All'inizio della parete vera e propria, comunque, ci sono circa quindici metri di roccia che affiorano.
Noi seguiamo trasversalmente questo filo di roccia e al termine piantiamo altri chiodi da ghiaccio. Piantiamo, infatti, uno dei chiodi lunghi come ci ha suggerito il nostro capo spedizione che conosce bene le caratteristiche di questo ghiaccio.
Riposiamo circa mezz'ora in un punto abbastanza riparato, abbiamo effettuato tutto il percorso con un carico piuttosto pesante. Poi riprendiamo a salire per circa ottanta metri e lì ci fermiamo perché abbiamo raggiunto circa la metà della parete. Troviamo una specie di buco dove depositiamo il materiale per non doverlo riportare indietro. Mettiamo tre chiodi a vite e piantiamo anche una piccozza.
Scendiamo: è circa l'una e mezza del pomeriggio di sabato 11 luglio. Non abbiamo potuto andare oltre né aspettare perché il sole già molto caldo, potrebbe provocare slavine pericolose per il nostro ritorno.
Tornati al campo 1 vediamo Nani, Rocco e Bruno che ci stanno preparando la cena: proprio in quel momento arrivano al campo anche Italo, il dott. Manfredini e il portatore Leon. Questi ultimi tornano al campo base la sera stessa. Italo, che sente ancora dolori di testa, ma non ha più febbre, decide di fermarsi con noi. Prepariamo così il programma per il giorno dopo. La serata è una delle migliori: Nani e Livio fanno a gara nel raccontare barzellette e varie spiritosaggini per tenerci allegri.
Passiamo ore magnifiche e ci riposiamo anche meglio.
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