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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo
Sottosezione Valle di Scalve
PUKAJIRKA 1981
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli - Ed. CEDIS 1983
(7) Una montagna che crolla
Quel giorno avremmo dovuto riposare. Di comune accordo, però, stabiliamo che tre alpinisti salgano in parete, al punto massimo attrezzato, per portare materiale; altri due invece, devono scendere al campo deposito per prelevarne dell'altro.
Così, viene deciso che Nani, Rocco e Italo, i tre che il giorno precedente si erano abbastanza riposati facendo la spola tra il campo deposito e il campo 1, salgano in parete.
Il giorno precedente Bruno Berlendis aveva avuto un incidente alla gamba, come racconta egli stesso: era una domenica, il 12 luglio. "È ancora buio quando delle fitte dolorose alla gamba sinistra mi svegliano. Con difficoltà mi sfilo dal sacco-piuma. Mi massaggio prima, poi esco per disporre di più spazio e per poter muovere meglio l'arto. Purtroppo il dolore è lancinante e riesco a malapena a camminare... Dall'anfiteatro selvaggio che prende forma tra il Pukajirka Nord e il Pukajirka Central, frastuoni di scariche sassose sconvolgono la pace solenne che regna sovrana, echeggiando paurosamente ed estendendosi nello spazio della vallata... Rocco, Nani e Italo equipaggiati di tutto punto, caricati di grossi sacchi, lasciano il campo verso l'alto. Gli auguriamo ogni bene".
I tre salgono in prima cordata fino al punto in cui avevamo lasciato il materiale il giorno precedente. Il posto, ricordiamo, si trova a circa metà parete. Rocco, Nani e Italo lo raggiungono e portano il resto del carico con tutto l'occorrente. Esso servirà a piantare il campo n. 2, che abbiamo previsto di porre a quota 5.800 circa. Nel frattempo Bruno Berlendis, menomato dal dolore alla gamba, prende la decisione di tornare al campo base per avere soccorso dal medico. Scrive: "So che Beppe, oltre che essere laureato in medicina, si diletta anche nel massaggiare, e ricordo che mi disse un giorno di aver riposto nella cassetta dei medicinali unguenti particolari per operazioni del genere... Fatico parecchio durante il percorso... Gli amici con sensibile e amorevole comprensione, mi stanno vicini e mi aiutano in maniera encomiabile... È giunto il momento del distacco... una forte stretta di mano accompagnata da parte di Livio da un largo sorriso e una furbesca strizzatina d'occhio che mi consola e mi rende il commiato meno doloroso".
Flavio e Livio accompagnano dunque Bruno Berlendis per un tratto. E tutto un movimento tra i vari campi: il portatore fa la spola tra il campo base e il campo deposito; noi arriviamo al campo deposito con Berlendis e troviamo il portatore Leon che si incarica di accompagnare il nostro capo spedizione al campo base.
Carichiamo gli zaini e torniamo al campo n° 1 dove prepariamo da mangiare per Rocco, Nani e Italo, che stanno tornando dalla parete. Sono abbastanza allegri, un poco stanchi. Il tempo è bello: tutto va bene, forse anche troppo.
Lunedì 13 luglio. Decidiamo di cambiare: nei programmi dovrebbe essere una giornata di riposo per i tre che erano saliti in parete. Questi ultimi, comunque, si sentono benissimo e vogliono tornare subito a scalare. Dovremmo avviarci alle tre di notte, per evitare il più possibile il sole. Livio, come al solito, si alza per primo: c'è nebbia. Non è maltempo vero e proprio: si tratta di quella nebbia che vaga sui crepacci, si alza e si abbassa. Tuttavia dobbiamo passare dei seracchi e non è il caso di rischiare. Aspettiamo un po' di tempo. Alle sei il cielo è di nuovo libero e la giornata magnifica. Così partiamo tutti e cinque. Livio va avanti: ha la cadenza giusta per le alte quote. Risaliamo fino al punto dove avevamo lasciato il materiale. Da lì in su, la parete non è più attrezzata. Perciò riparte per primo Flavio, che traccia il percorso; Livio viene dietro e fissa le corde, seguito da tutti gli altri. Arriviamo su una specie di falsopiano, dopo dieci ore di salita. Livio è pignolo e tiene controllato l'orario. Troviamo un posto riparato dalle creste di ghiaccio che vediamo trecento metri sopra le nostre teste. Scaviamo la piazzuola come al solito.
Siamo contenti, stanchi ma contenti. Se il tempo regge è fatta, ci diciamo. Non risentiamo assolutamente dell'altitudine.
Intanto arrivano anche gli altri, Rocco davanti, Italo in mezzo, Nani che chiude. Dopo aver messo gli zaini da parte, ci sediamo tutti, ci sleghiamo e mangiamo, pane, cioccolata, the, ecc. Il riposo dura un'oretta. Rimangono ancora due o tre ore di luce per piantare le tende: sono tende facilmente montabili, si aprono come ombrelli. Partiamo di nuovo e questa volta in testa si mette Rocco con Italo e Nani: abbiamo visto un grande "mammellone" dove piantare il campo 2. Flavio e Livio stanno dietro per fissare le corde.
A un certo punto Flavio deve passare sotto un seracco: sembra abbastanza pericolante, ma poi pensa: "sono anni che sta lì, non vorrà cadere proprio adesso che passiamo noi". Mentre Flavio sta passando, da sotto sente come un gran botto, come uno scoppio. A quel punto Flavio scatta fermando Livio che viene dietro. Si consultano un po' e decidono di passare tenendo una minor distanza tra loro: invece di trenta metri passano quasi uniti sotto il seracco, per evitare e ridurre il pericolo al minimo. Infatti, basta che il seracco cadendo travolga la corda per trascinare anche i due alpinisti. Così il pericolo appare minore. Due minuti dopo il loro passaggio il seracco cade. Livio dice "Si vede che non era destino... "E ridiamo per il pericolo scampato. Siamo ai piedi del mammellone. Il campo si può piazzare proprio qui. Rocco abbandona il suo zaino e incomincia a muoversi. Sale di una cinquantina di metri e ci chiama: "Guardate, che qui è più riparato, è un posto migliore".
Nonostante la stanchezza ci lasciamo convincere a salire: sono tutti metri che faremo in meno domani. Rocco ha ragione: esiste un pianoro ideale dove piantare il campo. Scherziamo dicendo a Rocco che per la prima volta ha scelto un posto magnifico, di solito fa come le capre, dove si trova va bene. Così, piantiamo il campo 2: ci facciamo il the, poi una minestrina. Abbiamo scatolette di sardine e frutta sciroppata: ognuno mangia quello che si sente. Scaviamo dei buchi nella neve per riparare i fornellini dal vento, in modo che si possa scaldare l'acqua. Appendiamo le piccozze e i ramponi in modo da non trovarli ghiacciati l'indomani. Dormiamo un po' scomodi: cinque in due tendine da due persone l'una. In una tendina sono sistemati Rocco, Flavio e Italo, nell'altra Nani e Livio. Siamo allegri e rilassati perché il più ci sembra fatto: in un solo giorno siamo saliti fino a 5800 metri; domani possiamo permetterci di riposare. L'unico che manifesta dei disturbi è ancora Livio: ha voluto fare quella che lui chiamava un'esperienza, è salito senza occhiali e gli occhi che gli si gonfiano, gli procurano fastidi e dolore. Si lamenta tutta la notte e noi continuiamo a rimproverarlo per la sua testardaggine... Livio non risponde neppure, tanto gli dolgono gli occhi. Il mattino dopo, per fortuna, Italo estrae dallo zaino degli occhiali come quelli dei saldatori. Così Livio può alleviare i dolori. Si riformano le cordate.
È il giorno della tragedia, il martedì 14 luglio 1981. Rocco parte per primo con Nani e Italo alla ricerca della strada più facile e più breve per superare i seracchi e i crepacci. Arriva al muro, quello che avevamo classificato il primo dei due famosi muri di ghiaccio del Pukajirka. Ben presto questa cordata si trova impelagata in passaggi difficili da superare. È il solito vizio di Rocco che quando vede un punto di riferimento ci va diritto, senza la pazienza di girare intorno alle difficoltà. Flavio e Livio, partiti dietro e con più calma, trovano la strada più facile, scendono un po' verso destra e poi risalgono senza fare fatica; quindi, Flavio e Livio segnano con le bandierine un percorso più agile e meno faticoso. Le due cordate si riuniscono infine sulla cresta.
L'intenzione, per quel giorno, non è proprio di arrivare in vetta, vorremmo soltanto fare una specie di perlustrazione per valutare le difficoltà dei muri e per attrezzare qualche passaggio in modo da trovare meno difficoltà il giorno dopo, quando è stabilito di attaccarli per arrivare in vetta. Le due cordate procedono prima una e poi l'altra. Si fa fatica perché c'è neve fresca.
Quando arriviamo sotto il muro ci guardiamo in faccia e ci diciamo: "Possibile che questi muri fermino tante spedizioni?". Sapendo di essere bene attrezzati e di poterci fermare anche tre giorni, pensiamo: "Piuttosto li disfiamo pezzo per pezzo per superarli, ma in qualche modo andiamo oltre".
Portiamo con noi delle radioline collaudate più volte prima della partenza. A Vilminore erano sempre andate benissimo ma qui non c'è verso di farle funzionare. Tentiamo in tutti i modi di ripararle per comunicare con il campo base, ma non c'è niente da fare.
Ecco cosa succede intanto al campo base nel racconto di Bruno Berlendis: "Sono le otto di primo mattino quando individuiamo nitidamente, attraverso le lenti del binocolo, le nostre cordate uscire dal grande crepaccio a forma di mezzaluna, dove si nasconde il campo 2. Brandelli di nebbie strisciano contro la parete...
Le due cordate, staccate fra loro, salgono le dolci gibbosità sottostanti la cresta sommitale, quindi scompaiono a noi, appena raggiunto lo spartiacque. Purtroppo il tempo sembra incerto. Mai abbiamo notato, da quando siamo giunti, turbinare nel cielo tante nubi grigiastre e minacciose... Il tempo trascorre lento. Le nebbie stazionano ostinate, mentre, al contrario, qui da noi il sole come sempre è vivo e caldo. Vogliamo vedere. Vogliamo sapere... Ci alterniamo continuamente all'osservazione... Nella stressante apprensione in cui viviamo, scandagliamo, sondiamo e indaghiamo nel buio delle nebbie... ".
Torniamo ora al racconto di Flavio e Rocco: mentre saliamo ci chiediamo l'un l'altro quali sono le condizioni fisiche. Tutti rispondono che non esistono problemi. Magari lo si sarebbe detto comunque, ma essendo carichi degli zaini non si può mentire quando si sale. Vogliamo tentare di fare il maggior lavoro possibile, perché il tempo può cambiare da un momento all'altro. Quando si sta bene, è inutile aspettare. In più c'è il problema dell'altitudine che può far sentire i suoi effetti quando meno ce lo aspettiamo. Per tutti questi motivi è importante guadagnare tempo.
Siamo dunque davanti a quel terribile muro, che terribile non ci appare più, almeno a prima vista. Ciò nonostante si presenta sempre imponente: dieci metri circa di altezza, ghiaccio vivo. In cima fa un po' di cornice, di cresta, che viene in avanti.
Rocco è del parere di salire sulla sinistra, ma non si capisce se in cima c'è un'uscita, anche se si intravede un po' di luce. Flavio, invece, è del parere di salire sulla destra. Da quel momento il racconto è differenziato e lo proponiamo così come ci è stato riportato dai due superstiti.
Flavio: "Ho detto, parto io. Avevamo solo il materiale che ci occorreva al momento. Mi attrezzo: prendo in spalla due chiodi lunghi, due o tre chiodi a vite.
Livio pianta la piccozza sulla crosta e tutti quanti tengono la corda. Così, scendo. Davanti al muro non c'è più la crestina di neve che avevamo visto nel filmato della spedizione effettuata l'anno precedente. Si è formato un crepaccio. Scendo nel seracco, attacco la parete del muro e incomincio a risalirlo. All'estremità del muro esce una specie di tetto; non tento di superarlo, anche perché si può evitare. Allora esco sulla destra, sul versante opposto della montagna e così aggiro l'ostacolo, fino alla sommità, dove incomincia a spianarsi. Lì c'è neve fresca e la piccozza non serve più. Prendo due chiodi di quelli lunghi e alternando la spinta li pianto nella neve, poi con i ramponi, spazzo la neve sul ghiaccio e riesco a salire. Detto così sembra semplice, ma impiego due ore e mezza a superare il muro. Lì la neve è dura perché ci batte il sole, mentre dove non arriva il sole la neve rimane farinosa. Arrivo sopra e faccio una mezza risata, come una presa in giro. Mi dico che se le difficoltà sono queste, stasera possiamo raggiungere la vetta. Infatti, mi trovo a circa cento metri dalla sommità. Pianto due chiodi e la piccozza per poter recuperare l'amico che mi segue. Considerato che Livio ha avuto quei disturbi agli occhi, chiamo Rocco. Quest'ultimo mi risponde che non se la sente di salire. Allora dico ai quattro di decidersi: uno deve fare lo stesso mio percorso per recuperare i chiodi, in quanto mi possono servire più sopra, sull'altro muro. Questo secondo muro è molto più agevole, perché si presenta come una pancia che si può superare benissimo. Non ci sono altre difficoltà, insomma. Il difficile è fatto. Il muro dove poggio è enorme e mi sento perfettamente tranquillo".
Rocco: "Flavio percorre da sinistra verso destra circa dieci metri. Pianta chiodi corti perché quelli lunghi non entrano. Arriva sullo spigolo, sulla parete est, dall'altro versante, sullo strapiombo della parete Lambert. Da quel punto usa due chiodi lunghi come due racchette da sci: lavora proprio bene. In quel momento Flavio arriva in cima al muro e mi chiama dicendo di seguirlo. Ma io non sto bene, ho fatto una lavorata giù nel crepaccio e ho preso freddo; perciò chiedo di potermi riposare. Allora si offre Nani. Dice di sentirsi bene e si vede che è deciso. Infatti, fa benissimo la sua traversata e raggiunge Flavio in cima al muro. Flavio intanto sta dicendo che a quel punto è una sciocchezza arrivare in cima. Intanto sta preparandosi a calare una corda sulla sinistra, dove io propongo di salire. Infatti Nani deve fare lo stesso percorso di Flavio per recuperare i chiodi piantati in parete, ma non c'è motivo che gli altri debbano fare la medesima strada. Visto dall'alto, il muro può essere superato attraverso il camino che avevo indicato all'inizio, pur non sapendo che esso sbucava in cima senza difficoltà. Flavio dunque sta preparando la corda per recuperarci, mentre Nani arriva, in cima. Questi, a sua volta aiuta subito Flavio nell'assicurare la corda che ci permette di raggiungerli. Da sotto chiedo se la corda è a posto e da sopra mi tranquillizzano.
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