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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo
Sottosezione Valle di Scalve
PUKAJIRKA 1981
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli - Ed. CEDIS 1983
(8) La tragedia
Flavio: "Nani comincia dunque la sua salita. Mollo la corda mentre scende nel crepaccio e poi lo recupero, come in una qualsiasi scalata. In mezz'ora mi raggiunge. Il muro, dal fondo del crepaccio, appare alto una quindicina di metri, Nani mi raggiunge e si mette a scherzare perché è salito facilmente. Il ghiaccio del muro è durissimo e ho dovuto fare molta fatica: ho messo dei chiodi a vite, che sono come cavatappi con un anello sull'estremità. Comunque, Nani recupera i chiodi e arriva in cima. Siamo contenti perché il più è fatto. Intanto parliamo con gli altri che sono sotto. Riferiamo loro che in cinque minuti tutti possiamo arrivare in cima: infatti, dopo aver calato la corda sulla destra, siamo sicuri di poter arrivare in vetta. Dico agli altri tre che, mentre Nani li recupera, io mi accingo ad affrontare il secondo muro. Come ho detto, non è un vero e proprio muro, ma una specie di pancia che conto addirittura di superare soltanto con piccozza e ramponi. Poi mi dovranno gettare la corda e saliranno anche gli altri. Pertanto, dopo aver ancorato la corda, la mando giù. Poi, io mi slego. Nani va in cima al camino da dove saliranno gli altri, mentre io resto all'ancoraggio, in modo da poter facilmente comunicare con quelli sotto, attraverso Nani. Rocco intanto forma una cordata con Italo e Livio e incomincia la salita col jumar, una specie di maniglia che infilata in una corda scorre nell'andare in su, mentre si blocca se viene tirata; essa, in pratica, consente di aggrapparsi. Intanto dico a Nani che l'ancoraggio regge perfettamente e Nani lo riferisce a Rocco che sta salendo. Visto che tutto procede alla perfezione, dico a Nani che vado a dare un'occhiata a quella pancia di muro. C'è tranquillità assoluta, anche perché non siamo fermi su una cresta, ma su uno spiazzo immenso. Non è insomma un punto pericolante, altrimenti andrei a cercare un punto più sicuro".
Rocco: "Da sotto avevamo seguito la scalata di Nani che aveva recuperato i chiodi ed era arrivato in cima. Flavio, nel frattempo, ci diceva dall'alto che ci avrebbe calato la corda. Nani arrivò in cima al muro e dopo un po' lo vedemmo comparire sulla sommità, vicino al camino di cui abbiamo parlato.
Faceva un po' da portavoce di Flavio, che curava l'ancoraggio. Quando ci disse che tutto era pronto, Nani mi invitò ad aggrapparmi: l'ancoraggio teneva. Avevamo fatto una cordata, ed io ero il primo. Salii per tre o quattro metri, passai una schiena d'asino ed entrai nel camino che si presentava come un imbuto. Il ghiaccio era verde. Mi voltai e avvertii gli altri che quando fosse finita la corda dovevano partire prima Livio, poi Italo. Intanto vedevo che potevo percorrere in fretta il camino, anche col ghiaccio vivo. Mi stavo giusto dicendo che tutto ciò era molto bello, ma non finii il mio pensiero. Sotto i piedi sentii come un terremoto e mi sentii strappare dalla parete. Era partito tutto".
Flavio: "Non so se sia stata l'ultima frase che ho detto a Nani: mi pare di aver detto "vado là al secondo muro", forse non ho fatto in tempo a finire la frase, che siamo rimasti senza terreno sotto i piedi. Così ho cominciato il mio volo. Nani era a un metro, un metro e mezzo davanti a me. Non ho fatto in tempo a dire "Nani andiamo", non ho fatto in tempo neppure a dire "Nani".
Avevo le spalle girate alla nostra salita e mi sono trovato con il fiato sospeso, come capita quando si cade e il respiro non viene più. Sono volato giù, giù. Il primo contatto con il suolo l'ho avuto facendo una capriola all'indietro perché sono caduto di spalle. Mi sentivo chiuso dal peso della neve, poi mi trovavo di nuovo in aria, rotolavo, prendevo botte. A un certo punto mi sono trovato fermo. Avevo due blocchi di ghiaccio che mi schiacciavano la testa come in una morsa, anche le spalle erano chiuse. Non so come ho resistito. Mi accorsi che respiravo: potevo respirare, arrivava aria! Avevo della neve in bocca e l'inghiottii.
Respiravo velocemente. Cominciai a muovere un braccio ma si muoveva di poco, stretto dal peso della neve. Muovevo le dita: cercavo di portare la mano alla bocca e alle labbra. Mi arrivò un dito, ma con quello anche molta neve. Non so quanto tempo passai a mangiare neve per liberarmi la bocca e a graffiare con le dita.
Finalmente l'aria arrivò e respirai a fondo. Mi fermai qualche minuto per tranquillizzarmi: arrivava l'aria, quindi non dovevo aver fretta. Significava che non ero sepolto dalla neve. Le gambe... mi vennero in mente le gambe. Provai a muoverle: ci riuscivo. Anzi, potevo muoverle liberamente, potevo fare anche la bicicletta. Allora mi resi conto che ero chiuso nella neve solo dal busto fino alla testa. La testa mi faceva male, avevo ematomi e ferite dappertutto. Lo sforzo per liberarmi era enorme: dovevo rimuovere i massi di ghiaccio che mi stavano sopra. Sgusciai fuori: ero
fuori. Istintivamente mi misi in piedi, ma non mi orientai. Aprii gli occhi, o meglio, io pensai di aprire gli occhi, perché erano già aperti, ma non vedevo niente. Avevo gli occhi sbarrati, mi rendevo conto di essere lì a guardare, ma non vedevo neppure le mie mani e sfregavo gli occhi continuamente. Allora mi persi d'animo. Cominciai a pensare che era meglio fossi morto subito, piuttosto che morire a poco a poco: non sapevo dov'ero e non potevo più saperlo perché non vedevo più niente".
Rocco: "Fui strappato dalla parete e crollò tutto: non un pezzo di ghiaccio, tutto, crollò tutto improvvisamente. Partì tutto il blocco, tutto il muro, come un'intera montagna. Non al punto dell'ancoraggio come si potrebbe pensare, ma dietro, una valanga immensa. D'altronde, non potevano essere stati i chiodi: se si pianta un chiodo nella Presolana, la montagna non si spacca a metà. Flavio aveva seguito la valanga da dietro. Infatti, si era spostato verso il secondo muro, quindi era andato più avanti. Nani, invece, era rimasto catapultato in avanti e la valanga gli era andata dietro. La prima cosa che pensai, mentre ero dentro il camino e tutto crollava fu che non avessero ben ancorato i chiodi e la corda. Credevo di cadere soltanto io. Ricordo che era una corda rossa. Pensai: "adesso rotolo per almeno quindici metri, poi Italo e Livio che mi seguono in cordata, mi terranno
sicuramente". Sentii delle botte nella schiena: era la corda che mi tratteneva. Poi, sentii dei massi sopra la pancia e una sensazione come se mi tagliassero per metà. In quel momento, sembrerà strano, ricordai tutti i miei familiari, dicendomi che non sarei più tornato a casa: in dieci secondi vidi tutto quanto, la mia vita e quello che lasciavo. Aspettavo l'ultima botta, invece a un tratto mi fermai. Dopo un po' aprii gli occhi, mi toccai subito in ogni parte del corpo, in fretta. Sentivo male dappertutto, sangue che scendeva dalla faccia; mi trovai aggrappato con le unghie al ghiaccio. Urlavo, non so cosa, forse chiamavo gli altri. Mi rispose Flavio".
Flavio: "Non si sa come passi il tempo in certi momenti e non posso dire quanto ne sia passato. A un certo punto, mentre mi trovavo in piedi senza riuscire a vedere, mi vennero in mente gli altri. Allora cominciai a chiamare Nani, che si trovava a pochi metri da me quando era crollato tutto". Sarà qua in giro - dissi tra me - non ci vedo, ma lui forse mi può vedere". Non rispondeva nessuno. Allora chiamai Livio. Nessuno rispondeva. Cominciai così a rendermi conto che era successo qualcosa di grosso. Poi, mentre chiamavo Livio, proprio in quel momento mi rispose Rocco. Allora, mi dissi, qualcuno c'è. Rocco, non si era reso conto di nulla, al punto che mi chiedeva cosa fosse accaduto. Si era fermato a trenta metri dalla cresta, ma non lo vedevo, non vedevo niente. "Rocco gli dissi - non ti rendi conto che è andato giù
tutto?". Poi gli chiesi dov'erano gli altri. Mi rispose che non li vedeva e chiedeva a me se vedevo
qualcosa. Gli gridai che non ci vedevo proprio. Lui continuò a chiamare, ma più nessuno rispose. Per un momento ci fu silenzio, stavamo rendendoci conto di quello che era successo. Dopo un po' Rocco mi chiese che cosa dovesse fare. "Dove sei?" - gridai. "Sono qui, sotto la cresta" - mi rispose. "Non riesci a salire?" - gli chiesi. "Forse, provo" - mi rispose. Infatti, raggiunse la cresta. Anche lui doveva sentire i dolori delle
costole rotte per tutte le botte prese. Pur essendo rimasto sopra la valanga, che l'aveva in pratica quasi scavalcato mentre era nel camino, era rimasto come incastrato, ma i blocchi di ghiaccio, scavalcandolo, lo avevano certo risparmiato. Raggiunta la cresta mi gridò che cosa dovesse fare. "Vai giù, verso il campo" - dissi. Allora mi ricordai che il mattino Livio e io avevamo messo le bandierine e gli indicai di seguirle, così sarebbe arrivato al campo 2. Poi gli dissi di venire a prendermi perché non sapevo dove mi trovavo. Rocco seguì le bandierine, ma il percorso lo portò fuori dalla portata della mia voce, per cui restai isolato. Mi ero reso finalmente conto che, essendo volato così a lungo, dovevo essere sopra i salti finali: se mi fossi mosso sarei forse precipitato per centinaia di metri. Chiamai ancora Italo e poi rimasi fermo e in silenzio".
Rocco: "Flavio aveva fatto circa duecentocinquanta metri di volo". "Chi sei?" - mi chiese. A mia volta gli chiesi dov'era Nani e lui mi disse che non doveva essere tanto lontano perché era quasi nello stesso posto al momento del crollo. Poi, aggiunse che non vedeva più niente. Allora gli feci capire di non muoversi perché poteva precipitare: il salto sarebbe stato terribile, tutta la parete. Lo vedevo sotto di me, che girava intorno, come una trottola. Mi domandò dove si trovassero Italo e Livio. "Non lo so" - dissi. Così incominciammo a parlare. Il male mi premeva all'altezza del cuore, al bacino e a una caviglia. Bisognava muoversi subito altrimenti i dolori sarebbero diventati insopportabili. Flavio mi ricordò le bandierine rosse che avevano piantato lui e Livio, durante la
salita. Ricordo che camminavo e cadevo, camminavo e cadevo. Avevo recuperato una piccozza. Arrivai a dieci metri dalla tendina del campo, ma dovevo ancora superare un crepaccio e c'era una specie di ponte di neve. Non potevo passarlo in piedi. Era un crepaccio non tanto profondo, circa cinque
metri. Se fossi caduto, Flavio non sarebbe stato in grado di aiutarmi. Dovevo scivolare, ma se non fossi riuscito a fermarmi in tempo, sarei precipitato sulla parete. Flavio era lì sotto e cominciava a vederci di nuovo.
Incominciai a scivolare a poco a poco e mi fermai proprio ai suoi piedi. Così rientrammo in tenda".
Flavio: "Mentre Rocco seguiva le bandierine, cominciai a vedere qualcosa. Guardando in terra, infatti, vidi una macchia di sangue, ero io che perdevo sangue dalla testa. Mi abbassai a guardarla e vidi che era proprio sangue e risaltava sulla neve. Mi toccavo gli occhi ma c'era sangue dappertutto. Quando cominciai a distinguere tra le ombre, riconobbi lo sperone su cui avevamo piantato le tende. Allora risalii con le mani e con i piedi. Mi tornava la fiducia, così potei arrivare vicino alle due tende, che risaltavano sulla neve come macchie scure. Lì mi sono sdraiato esausto ad aspettare Rocco. Dietro le tende, prima di arrivare alla cresta, c'era una rampa di circa dieci metri. Quando Rocco arrivò in quel punto mi chiese dove andare. Io gli dissi di cercare le bandierine e seguirle. Ma Rocco era pieno di dolori e non se la sentiva di venir giù da solo, non aveva più forze. Gli dissi allora di aspettare un poco, mentre io riprendevo fiato. Infatti, dopo un momento andai verso di lui e ci incontrammo più o meno a metà rampa. Tenendoci a vicenda riuscimmo a scendere. Così tornammo alle tende".
Rocco: "Rientrati in tenda ci rendemmo conto di quello che era successo. Gli altri non c'erano più. Nel posto dove mi ero fermato dopo il crollo, avevo potuto vedere tutta la distesa bianca, e su quella distesa si sarebbe potuto vedere anche una piccozza, non solo una persona. Invece non si era visto niente. Flavio, poi, si era fermato sull'orlo della parete e quando era risalito aveva cercato anche lui qualche segno. I crepacci sotto, erano stati tutti spianati e colmati dalla valanga. Non si vedeva che bianco, una distesa bianca e basta".
Flavio: "Ci siamo parlati poco all'inizio. Abbiamo pensato di bere qualcosa di caldo. Tiravamo la neve nella tendina per farla sciogliere. Avevamo il morale a terra e i dolori cominciavano a farsi sentire per davvero. Bevuto qualcosa arrivarono i momenti peggiori. Rocco diceva che non avrebbe visto il giorno dopo. "Muoio" - diceva. Temeva di avere
un'emorragia. Io lo rincuoravo spiegandogli che con un'emorragia non sarebbe neppure arrivato alle tendine".
Rocco: "Il primo problema è stato quello dei fiammiferi. Sembra un fatto marginale ma in quel momento aveva un'importanza vitale, per poter scaldare l'acqua. I fiammiferi li
aveva Livio che era il più ordinato. Per sicurezza Livio ne aveva distribuito qualcuno anche a noi. Frugammo nelle nostre giubbe e in un primo momento non li trovammo. Io, li avevo persi. Flavio frugava nelle tasche della giubba. Era la giubba di Livio. Se l'erano scambiata il mattino senza accorgersene.
Nella giubba di Livio c'erano quattro fiammiferi. Era un momento brutto: se non si fossero accesi, non saremmo sopravvisuti. Dapprima cercammo di asciugarli. Poi, provammo ad accenderne uno: andò bene. Allora scaldammo l'acqua e riempimmo tutte le borracce che avevamo. Mangiammo qualcosa, della carne e delle sardine: era sbagliato, ma in quel momento non ci pensavamo. In seguito, riflettendo, capimmo che avremmo potuto star male. Invece niente.
Non ce la sentivamo di muoverci. La nostra speranza era che al campo base avessero visto quanto era capitato e che ci venissero incontro, almeno al campo 1 o ai piedi della parete".
Ecco quello che al campo base stava succedendo, lo racconta Bruno Berlendis: "Trascorrono lunghissime ore. Penose, angosciose. Le nebbie stazionano ora al limite del campo 2. Il pomeriggio volge alla fine quando inquadriamo un uomo che lentamente scende verso il campo alto. Sbuca dalla foschia, ed il sole lo inonda e lo accompagna nel suo lento deambulare. Non riusciamo a capacitarci. Come mai? Che gli altri siano rientrati prima e le nebbie ce li abbiano nascosti? Infatti le nebbie prima erano più basse. Ma perché solo? Al limite del campo si
ferma. Una seconda persona, sbuca poi dietro l'angolazione del grande crepaccio a forma di mezzaluna, le va incontro, poi assieme scendono con molta circospezione il tratto e scompaiono dalla nostra vista, dove presumiamo ci sia il campo".
Nient'altro. Al campo base non hanno potuto vedere niente per la nebbia. Soltanto quei due uomini che arrancano verso le tendine.
Riprende il racconto dei due superstiti.
Rocco: "La prima notte è stata terribile. C'era vento e la montagna continuava a scaricare valanghe. Ci aspettavamo di essere travolti da un momento all'altro e in un certo senso eravamo anche rassegnati: almeno saremmo rimasti là, tutti insieme. Di notte i dolori fisici, le costole
rotte e il morale a terra per la morte dei compagni, ci tennero svegli. Quando uno si appisolava l'altro, per paura che morisse, subito lo chiamava e lo svegliava. Fuori il vento tirava fortissimo e sembrava che portasse delle voci. Sembrava che i nostri amici morti girassero fuori intorno alla tenda, chiedessero di entrare e qualcosa impedisse loro di farlo. Erano incubi. Mi sentivo in colpa per non essere morto anch'io con loro. E avevo anche detto a Flavio che non sarei arrivato fino a vedere il mattino seguente. Avevo paura che lui morisse e lui aveva paura che morissi io. Durante la notte ci toccavamo per vedere se eravamo ancora vivi, ci facevamo coraggio, ci davamo delle pastiglie a vicenda. Così arrivammo a mattina".
Flavio: "Durante la notte abbiamo passato dei brutti momenti. Quando mi appisolavo Rocco mi toccava e mi svegliava chiedendomi se ero ancora vivo. Gli dicevo di stare calmo. Fuori la montagna continuava a scaricare e a muoversi. La mattina, con i muscoli freddi, eravamo tutto un dolore. Avevamo sete. Si beveva moltissimo. Piano piano arrivò il sole e scaldò la tendina. Pareva impossibile scendere in quelle condizioni. Era mercoledì 15 luglio. Verso le 11 di mattino Rocco riuscì a strisciare fuori dalla tenda trascinandosi un sacco a pelo. E con quello cominciò a fare dei segnali".
"Nasce un altro giorno al campo base. È il 15 luglio... Contrariamente al giorno scorso, non una nube, nessun velario di nebbie... Siamo di nuovo in postazione... Chiaramente ieri sono stati impegnati nel superare qualche difficoltà lungo i muri... Ci convinciamo che i due intravisti nel tardo pomeriggio di ieri, certamente colpiti da stanchezza o altro malore, giacciono tutt'ora dormienti al campo 2. Sono le nove del mattino quando le voci concitate degli amici mi chiamano a loro. Distintamente due figure appaiono sull'orlo dell'immenso labbro nevoso che si discosta di poco dal grande crepaccio a forma di mezzaluna. Sventolano un drappo rosso: dovrebbe essere un saccopiuma. Rispondiamo al segnale accendendo un grosso fumoso falò. La loro segnalazione continua per lungo tempo, poi d'un tratto scompaiono lasciando sul posto il drappo rosso vivo che inquadriamo chiaramente. Questa nuova realtà conferma in un certo senso le nostre previsioni e ripone in noi un certo senso di quietudine".
Flavio: "I segnali venivano individuati al campo base: ma, non sapendo quanto era accaduto il giorno prima, pensavano a manifestazioni di gioia per aver raggiunto la vetta, o a indicazioni generiche per dire che si stava bene. Insomma, non si preoccupavano. Per di più, i segnali che Rocco riusciva a fare erano ben pochi: i dolori lo costringevano a lunghe interruzioni. Dopo un po' aveva lasciato sulla costa il sacco a pelo ed era rientrato nella tenda.
A quel punto ci venivano in mente tutti i pensieri immaginabili: avranno visto, non avranno visto, saranno scappati, non c'è più nessuno, saranno andati a chiedere soccorso, arriverà l'elicottero (ogni tanto, infatti, ci sembrava di sentirne il rumore). Poi parlavamo degli altri: tu li hai visti, no; li hai sentiti, no; hanno chiamato, no; hanno risposto, no.
Se non ci ha visti nessuno al campo base, moriremo qui.
La sera di quel mercoledì ci infilammo gli scarponi con il proposito, il giorno dopo, dolori o non dolori. di tentare di scendere. La nostra speranza erano le corde fisse che avevamo lasciato nella salita. Gli scarponi bisognava metterli la sera, per non trovarli gelati il mattino. Una fatica enorme per entrare nei sacchi a pelo, dolori in ogni parte del corpo".
Rocco: "Quando ci siamo alzati il mattino, dopo la notte di incubi, ci siamo trovati vivi e finalmente siamo stati contenti di esserlo. Allora, mi sono arrangiato ad uscire dalla tenda con un sacco a pelo per fare dei segnali. La notte seguente è stata più calma, non c'era vento. La mattina di giovedì 16 luglio, abbiamo riempito le borracce, abbiamo preso qualche pastiglia e, barcollanti, siamo partiti per il ritorno".
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