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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Bergamo
Sottosezione Valle di Scalve
PUKAJIRKA 1981
storie di uomini e montagne
di Piero Bonicelli - Ed. CEDIS 1983
(9) Il
ritorno dei due sopravvissuti
"È il 16 luglio. Albeggia. L'aria è frizzante e vivida. Poco dopo, sul lato sinistro del grande crepaccio a forma di mezzaluna, vediamo due uomini che con passo deciso scendono verso il basso, Manfredini, Leon e Scandella partono immediatamente verso l'alto. Io non posso, la mia menomazione non me lo permette. Scendono
rapidamente. Non indugiano un istante. Attraversano gli alti larghi pendii del monte e quindi proseguono lungo alcuni gradoni ghiacciati, nei quali mi scompaiono più volte alla vista. Si infilano decisi lungo il canale, sotto l'obelisco di ghiaccio e percorrono poi lo stretto corridoio all'altezza della stella di roccia, giungendo così alla traversata sotto le gronde di ghiaccio. Qui giunti i loro movimenti perdono slancio. Si fermano. Fermi, si vedono armeggiare, gesticolare. Penso che si vogliano riposare ma il luogo non mi sembra il più adatto. Tornano poi sui loro passi poi si distanziano. Ancora risalgono, attraversano, scendono, si fermano, ma non si scollano da quei venti metri quadrati".
Cosa era successo, cosa succedeva in alto?
Riprende il racconto di Flavio e Rocco.
Flavio: "Bisogna partire di mattina presto, in modo che la neve sia ancora gelata, perché poi col sole la montagna scarica valanghe più facilmente. Si scende. All'inizio, nel fare il falsopiano, spesso perdiamo l'equilibrio, basta un mucchio di neve per farci cadere, abbiamo le gambe malferme. Comunque arriviamo alle corde fisse: si comincia a scendere.
Nel frattempo, dal campo base ci vedono, ma pensano come successivamente ci hanno riferito - che uno stia male e l'altro lo accompagni. La parete è lucida. Proprio nel punto più difficile ci accorgiamo che non ci sono più le corde.
La valanga, superato il falsopiano era piombata sulla parete e aveva tranciato le nostre corde fisse. Un disastro. Il morale scende a zero. Pensiamo che ormai sia finita: ci lasceremo la pelle. La parete stessa, uno specchio, uccide il coraggio e toglie le poche forze che ci rimangono. Allora torniamo più su, tagliamo le corde che troviamo in alto e con quelle incominciamo a fare qualche corda doppia. Recuperiamo una ventina di metri di corda e così, in libera, di dieci metri in dieci metri arriviamo a fare la traversata e a raggiungere i pezzi di corda rimasti in parete. Alla prima traversata scivolo. Per fortuna ho la corda fissa in mano, ma è la parte del corpo dove ho più dolori. Mi tengo, ma non ho più forza per recuperarmi e aiutarmi con l'altro braccio. Non mollo la corda, ma non ce la faccio più, scivolo continuamente. Finalmente riesco a girarmi, pianto i ramponi nel ghiaccio per non scivolare e riesco a poco a poco, a riprendere le forze. Così, mi tiro fuori anche da questo guaio.
Riprendiamo la discesa. Quando arriviamo in fondo vediamo la grandezza della valanga: ha distrutto tutto. Non c'è più traccia del percorso che avevamo segnato con le bandierine. La valanga ha tappato ogni cosa. I seracchi e i crepacci sono stati colmati; quello che vediamo si presenta come un pendio dove si potrebbe scendere con la slitta tanto è compatto. Non sembra più il terreno di prima. A un certo punto troviamo una piccozza. È la piccozza che aveva in mano Nani al momento della caduta della valanga. Rocco, allora, sembra perdere la testa per alcuni minuti e comincia a dire: "Nani è qui, Nani è qui" e gira intorno come un forsennato. Ci leghiamo perché può essere pericoloso e lui va a guardare in tutti i posti possibili. E parla parla. Quando torniamo al campo, Rocco sostiene di non avere mai aperto bocca durante la discesa, invece aveva continuato a parlare, probabilmente senza saperlo. Finalmente, a dieci metri vediamo le tende del campo 1. - Fino qui siamo arrivati - mi dico.
Rocco: "Quando abbiamo trovato la piccozza di Nani, mi sono messo a cercare. Flavio mi chiedeva dove andassi e io rispondevo che andavo a cercare Nani. Flavio allora mi diceva che Nani non c'era. Si vede che la stanchezza mi aveva come ubriacato. Dopo aver raccolto la piccozza, non capivamo più dove dovessimo andare: la zona era totalmente cambiata. Finalmente arrivammo al campo 1. Mangiammo qualcosa, e scaldammo l'acqua. Dopo mezz'ora ripartimmo verso il campo base. Flavio sosteneva che al campo base non avremmo trovato nessuno".
Flavio: "Arrivati al campo 1 abbiamo acceso i fornellini. Rocco continuava a bere. Sembrava disidratato. Abbiamo mangiato carne in scatola e frutta sciroppata ma il morale era a terra perché non avevamo trovato nessuno. Abbiamo anche pensato per un momento che ci avessero abbandonati. Ci avviammo di nuovo, con la forza della disperazione. Avevamo anche preso qualcosa da mangiare, nel caso non ci fosse stato più nessuno al campo base. In quei momenti anche i pensieri più assurdi sembrano possibili. Arrivammo al fondo del ghiacciaio. Ad un tratto vidi sbucare un volto: era il medico e, dietro a lui, il portatore.
Allora mollammo lo zaino e ci lasciammo andare rilassati. Eravamo in salvo".
Rocco: "Sentiamo qualcuno gridare, come un saluto. È il medico e più indietro appare Leon, il portatore. Il medico mi accoglie chiedendomi subito: "Dove sono gli altri, sono più indietro?" Noi rimaniamo lì un momento, come intontiti, poi gli rispondiamo: "Non ci sono gli altri. Gli altri sono morti". A questo punto il medico scoppia a piangere".
Flavio: "Non ce la faccio più, ma Rocco sta peggio di me. Quindi dico al medico di portargli soccorso. Mi basta levare lo zaino per sentirmi sollevato almeno fisicamente, se non dentro. Il portatore non parla bene l'italiano. Si era affezionato a Italo nel periodo in cui era stato male. Perciò mi chiede subito: "Italo, male? " Evidentemente, Leon non ha ancora capito che cosa è successo. "Italo è morto" gli dico. Allora lui si gira e si mette a piangere. Per un po' crede che la disgrazia sia capitata soltanto a Italo. È un ragazzo sensibile questo portatore, si è ben integrato con tutti noi e ci ha aiutato parecchio, anche se non era compito suo in fondo, in quanto l'avevamo assunto più che altro come guardiano del campo base.
Leon mi aiuta a spogliarmi del peso maggiore e ci incamminiamo verso il campo base. Leon sorregge me e il medico sorregge Rocco, perché ogni tanto perdiamo l'equilibrio. Le costole fratturate ci fanno molto male. Quando stiamo per arrivare ci viene incontro Scandella, il responsabile dei servizi logistici. Anche al campo base hanno capito che qualcosa non ha funzionato quando hanno visto scendere due soli alpinisti.
Gli diciamo tutto in due parole e poi rimaniamo zitti: nessuno sa più cosa dire. Poco dopo ci raggiunge Berlendis zoppicando. Gli dobbiamo raccontare gli avvenimenti tre o quattro volte.
Quando arrivo in tenda mi butto sulla brandina e non ho più forze per rialzarmi. Prima mi reggevo per la disperazione. Ora che mi trovo in mezzo agli altri salta fuori tutta la fatica e si fanno sentire tutti i dolori. Entrambi sembriamo privi di ogni energia. Per spostarmi devono sorreggermi in tre perché non sono più in grado di rialzarmi da solo, le gambe non rispondono più".
"Quando i due alpinisti riappaiono sono poco distanti dal campo base - scrive Berlendis. - Riconosco subito Flavio Bettineschi. Barcolla. Scandella lo tiene per un braccio. Essi precedono gli altri di un centinaio di metri. Nel secondo gruppo vedo Rocco Belingheri sostenuto letteralmente da Leon e Manfredini. La scena mi lascia di sasso. Agghiacciante. Avevo vagheggiato ancora speranze ma ora inesorabilmente tutto crolla. Mi sento in una solitudine, quasi inumana. Mi trascino verso di lui, Flavio.
Vicini l'un l'altro ci abbracciamo. Nel singhiozzo sommesso, mi sussurra stringendomi a sé: "Bruno siamo rimasti solo io e Rocco".
Flavio: "Cominciò quindi l'opera di soccorso. Scandella partì con Leon, camminarono per nove ore, di notte, fino a raggiungere Pomabamba da dove riuscirono a telefonare a Lima. E dalla capitale riuscirono a intercettare un elicottero che transitava da quelle parti, proveniente dall'Amazzonia e diretto a Lima. L'elicottero passò due volte nei dintorni, ma non seppe trovare la Laguna Safuna quindi rinunciò e tornò a Lima".
Rocco: "La sera stessa in cui tornammo al campo base partirono Scandella e il portatore. Arrivati a Pomabamba dormirono nel carcere perché non trovarono alloggio. Il mattino seguente la polizia locale informò della presenza di un prete italiano. Riuscirono quindi a comunicare con Lima, con Celso Salvetti che fornì le prime notizie all'Italia e cercò subito di mandare un elicottero. Nel frattempo da Pomabamba partì una camionetta che risalì alla Laguna Safuna per la mulattiera, tre ore di viaggio.
Arrivata nei pressi del campo base, cercarono subito di caricarmi sull'automezzo, quando sentimmo l'elicottero. Arrivò all'imbocco della valle, girò per qualche minuto intorno, ma non ci individuò. Così tornò a Lima, dove era diretto prima di venire in nostro soccorso. A quel punto, don Michele - così si chiamava il prete italiano - ci portò con la jeep a Pomabamba, in un ospedale fatto dagli svizzeri. C'erano solo gli impiegati ma non i medici. Nel frattempo avvertimmo Lima dicendo che l'elicottero avrebbe dovuto venire a Pomabamba e non più alla Laguna Safuna.
Avevamo bisogno di fare delle radiografie, ma non c'era l'attrezzatura. Don Michele si offrì allora di portarci il giorno seguente, domenica 19 luglio, fino a Huaraz. Altri 300 Km di strade dissestate, che avevamo percorso in 16 ore quando eravamo venuti. Ora, però, le nostre condizioni erano diverse e ogni spostamento ci procurava dolori in ogni parte del corpo. Fortunatamente, la mattina in cui dovevamo partire con la camionetta arrivò l'elicottero. Si decise di andare direttamente a Lima in quanto anche a Huaraz, pur esistendo un ospedale, non c'era attrezzatura per le radiografie".
Era stato Celso Salvetti a organizzare da Lima l'intervento dell'elicottero. Racconta: "Quando Bruno Berlendis mi telefonò che bisognava far intervenire gli elicotteri per mettere in salvo i due feriti, mi misi in contatto col comando militare peruviano. C'era un elicottero, mi dissero, che doveva transitare nella zona, di ritorno da una missione. Ma il pilota non riuscì a individuare subito la valle giusta. Così fu costretto a tornare sulla costa per fare rifornimento: i militari ci chiesero come compenso, anche per questa deviazione, undici milioni di lire italiane che anticipai. Purtroppo l'ambasciata italiana non si mosse tempestivamente. Si è scritto che non poteva intervenire in quanto la spedizione non era assicurata in Perù e non aveva segnalato ufficialmente la sua presenza. Questo è ridicolo: nessuna compagnia di assicurazione è disposta in Perù ad assicurare i membri di una spedizione alpinistica e, sempre in Perù, non ci sono consuetudini né tanto meno obblighi di nessun genere. Chi vuole viene e, se è attrezzato, fa la sua spedizione come gli pare. Per quanto posso giudicare, ho fatto e organizzato centinaia di spedizioni nelle Ande, la spedizione "Valle di Scalve '81" era organizzata benissimo e se i cinque alpinisti sono arrivati a pochi metri dalla vetta significa che erano preparati. Sulle Ande si formano quelle creste di ghiaccio per i venti caldi che provengono dall'Amazzonia e che contrastano con il freddo del versante opposto: ogni tanto queste immense creste di ghiaccio crollano. Quella del Pukajirka poteva cadere il giorno prima come il giorno dopo. Si è anche scritto che il crollo poteva essere stato provocato da un terremoto. Posso affermare che in quel giorno non è stato registrato nella zona nessun fenomeno sismico. In Perù ogni scossa, anche minima, viene registrata: terremoti di piccole entità sono avvenuti e sono stati registrati per esempio quando Rocco e Flavio si trovavano ricoverati in ospedale. Per quanto possa valere il mio parere, il Pukajirka è stato conquistato dalla spedizione Valle di Scalve '81. Per quanto riguarda infine l'eventualità di un recupero delle salme, credo non ci siano
speranze. Un ghiacciaio si muove, ma la valanga in questo caso ha colmato i crepacci. È inutile farsi illusioni".
Prosegue ora il racconto dei due superstiti:
Flavio: "L'elicottero ci caricò e partimmo per Lima. A circa metà viaggio l'elicottero atterrò per fare rifornimento in un piccolo
aereoporto nel deserto. Qui successe un inconveniente che per poco non procurò un'altra tragedia: il rifornimento fu fatto con un carburante sbagliato. Uno di noi fece un commento sul colore strano del carburante e così si accorsero dell'errore che sarebbe stato fatale. L'elicottero, infatti, sarebbe esploso appena messo in moto. Furono svuotati di nuovo i serbatoi e fu cambiato il carburante.
Arrivati finalmente all'aeroporto di Lima, due ambulanze ci trasportarono nella clinica italiana. Qui ci fecero le radiografie. Ma evidentemente i mezzi tecnici erano limitati. A me dovettero rifare le lastre perché in un primo tempo non venne riscontrato alcunché di rilevante. A Rocco riscontrarono due fratture. Quando tornammo in Italia, invece, furono rilevate cinque fratture a Rocco e tre a me, oltre a varie altre contusioni. In compenso il vitto e il trattamento all'ospedale di Lima erano eccellenti".
Rocco: "Era una clinica di lusso. Ma i medici non c'erano. Ogni paziente si porta il proprio medico personale. È come un albergo: vengono garantiti il vitto e l'alloggio e, in più, c'è una farmacia interna. Celso Salvetti arrivò con il materiale occorrente e ci procurò anche un'infermiera. A curarci pensava il nostro medico dott. Manfredini. Il giorno seguente
al nostro ricovero arrivarono i giornalisti e venne anche l'ambasciatore italiano in Perù, che ebbe così una grossa occasione per farsi pubblicità davanti alle telecamere. Ci inviò anche il suo medico personale, ma ci mandò anche il conto della visita, novantamila lire che ci rifiutammo di pagare. A proposito di denaro, rilevammo che da quelle parti tutto deve essere anticipato, anche per le visite mediche; prima si paga, poi si viene curati. Il problema si era presentato anche per il soccorso con l'elicottero. Salvetti dovette depositare metà della somma richiesta per il soccorso, altrimenti l'elicottero non si sarebbe mosso. Noi, in Italia, facciamo prima il soccorso in montagna, poi, eventualmente, ci facciamo rimborsare le spese.
Rimanemmo nella clinica tre giorni: ogni tanto arrivavano i giornalisti. Anche di notte fummo svegliati e ci fotografarono insieme a due medici venuti per l'occasione. Era tutta pubblicità per la clinica e forse per altri. Noi, in tutti i casi, fummo curati soltanto dal medico della spedizione".
Flavio: "Il quarto giorno il dott. Manfredini, medico della spedizione, ci ha proposto di trasferirci in albergo. Non avevamo nessun vantaggio a stare nella clinica perché tanto non forniva maggiori servizi. Nel frattempo arrivò anche Berlendis con tutto il materiale del campo base recuperato con l'autocarro.
I problemi che si presentarono a quel punto furono di ordine burocratico ed economico. Gli uni e gli altri ci tennero bloccati a Lima parecchi giorni. Si dovevano reperire i fondi per pagare il costo dell'elicottero, pagato solo per metà, poi si doveva trovare posto su un aereo che ci riportasse in Italia".
Rocco: "In quei giorni Lima era in festa e la città appariva totalmente bloccata. Oltre alle parate militari era prevista anche una partita di calcio della nazionale peruviana. La gente, quindi, era impegnata in altre cose e noi non riuscivamo a prenotare un aereo. Non ci rimase che attendere. Finalmente partimmo per Bogotà. Da lì a Madrid. All'aeroporto spagnolo altre complicazioni: i nostri bagagli superavano il peso. Infatti avevamo 60 kg in più: tutto materiale appartenente a coloro che erano morti. Risolta la questione si verificò un nuovo contrattempo: un guasto all'aereo ci fece perdere altre due ore.
Speravamo di trovare poca gente ad accoglierci in Italia. Invece c'erano moltissime persone che si strinsero intorno a noi e ci ridiedero coraggio".
Flavio: "A Madrid il nostro morale era a terra. Quando ci hanno comunicato che l'attesa si prolungava per un guasto all'aereo ci siamo guardati. La nostra voglia di tornare era scomparsa. L'elicottero che sbaglia carburante e per poco non esplode; un primo guasto all'aereo per Madrid, che ci costringe a fare uno scalo a Portorico. Ora, questo nuovo guasto e complicazioni a non finire. Finalmente si riparte e si arriva a Milano. Prima di scendere dalla scaletta ho un attimo di smarrimento: preferirei riprendere il viaggio, per non so dove; ma a casa bisogna tornare".
Rocco: "Forse la gente può cercare di capire che cosa abbiamo provato. Noi ci renderemo veramente conto di quanto è successo quando riprenderemo lo zaino in spalla per avviarci verso la montagna. Allora, guardandoci indietro, non vedremo più i nostri amici. Sarà in quel momento che la tragedia ci piomberà di nuovo addosso. Le ferite fuori si rimarginano, ma dentro... è dentro che non si guarisce".
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