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Pukajirka 2001

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Articolo tratto da "Giornale di Bergamo" giovedì 30 agosto 2001
Il racconto dei partecipanti alla spedizione che ha ripercorso le tracce di quella della tragedia del 1981
Quella croce sul Pukajirka
Grande commozione nell'arrivo al campo base

Hai voglia a dire che era solo un fatto sportivo, che di montagne cos' difficili e con condizioni atmosferiche così spaventose ce ne sono poche, e quindi arrivare in cima al Pukajirka era un fatto sportivo, e basta. Hai voglia a dire di voler vincere la fatica, il freddo che ti gela le ossa, il vento che strappa i moschettoni e i muri di ghiaccio che ti sovrastano per far vedere di essere un alpinista più bravo degli altri. Perchè alla fine ci si pensa: li sotto ci sono tre amici che non sono più tornati indietro. E alla fine dentro le ossa è questo che si sente.

A porre l'accento prima di tutto sul fatto sportivo è Domenico Capitanio, di Schilpario: "Certo, andare proprio là a vent'anni esatti dalla disgrazia era prima di tutto un modo per rendere omaggio a loro, che là sono rimasti. Ma insomma, di montagne di quel genere al mondo non ce ne sono tante, per la difficoltà in sè e per le complicazioni di tipo ambientale, per l'innevamento che ha, e scalarla sarebbe stata una cosa notevole, proprio dal punto di vista tecnico".
Capitanio si è però accorto che in molti vedevano il loro tentativo in un altro modo: "Noi l'abbiamo preparato in modo tranquillo, in sordina. Invece col passare del tempo ci siamo accorti di quanta gente ci seguiva pensando a quello che era successo, e quanti ci dicevano di vedere se si riusciva a riportare a casa qualcosa delle tre vittime". E alla fine qualcosa è stato trovato: "Quando si arriva a queste altitudini e in queste condizioni si mettono sempre via le cose da proteggere sotto i massi, per evitare che si bagnino. E noi siamo andati a cercare sotto i massi. Abbiamo cercato a lungo, fino a quando sembrava non dovessimo trovare niente. Proprio all'ultimo momento abbiamo visto qualcosa di rosso, e abbiamo scoperto che era quello che restava di una delle tende. Rocco e Flavio, che vent'anni fa c'erano, dicono ché era proprio quella. Poi abbiamo cercato con i binocoli lungo la via che avevano seguito nell'81 e abbiamo scoperto una corda rimasta appesa purtroppo da allora il ghiacciaio è diminuito e arretrato di 80 metri (tanto che non abbiamo potuto fare lo stesso percorso, come avevamo previsto), e raggiungere la corda era davvero troppo pericoloso. Altrimenti avremmo davvero provato a prenderla".
Domenico Capitanio non era l'unico a preparare la salita sul Pukajirka come una normale scalata. "Per tutto il viaggio abbiamo parlato di tutto, ma di quello che è successo vent'anni fa mai. Magari ci pensavamo continuamente, ma parlarne no", dice a sorpresa Roberto Piantoni, 24 anni, di Colere, figlio di una delle vittime del 1981. Un pensiero che è venuto allo scoperto all'arrivo al campo base: "Quando siamo arrivati lì ci è venuto fuori tutto. E venuto il magone a tutti, ognuno è andato per conto suo, per un po' non abbiamo detto nemmeno una parola, non ci siamo nemmeno guardati in faccia". Domenico Capitanio conferma: "Per mezz'ora me ne sono stato da parte, non mi sono nemmeno accorto se anche agli altri faceva lo stesso effetto. A pensarci mi viene la pelle d'oca ancora adesso, un po' mi vergogno".
Alla fine è stato obbligatorio superare quel momento: "Ci siamo detti, tiriamoci su - dice Piantoni - in fine dei conti dobbiamo restare qui due settimane, cominciamo a darci da fare". Un altro momento toccante è stato rappresentato dalla posa della piccola croce di alluminio in ricordo degli amici scomparsi: "Anche in questo caso ognuno ha tenuto dentro tutto, ognuno ha detto la sua preghiera, tanto lo sappiamo tutti cosa proviamo in questi casi - spiega Roberto Piantoni - Lì vicino c'era anche un'altra croce, ci hanno detto che nell'82 sono morti anche tre francesi". Alla fine resta un pò di rammarico per la scalata lasciata a metà: "Ormai mancavano solo cento metri racconta Capitanio - ma le condizioni del tempo erano davvero troppo difficili, si sono spaventati anche i più giovani, che di solito non hanno mai paura di niente. Ma io sono soddisfatto, abbiamo fatto comunque un buon lavoro, e vista com'era la situazione, era diventato importante anche portare a casa la pelle". Piantoni è d'accordo: "Tre di noi sono arrivati a 5.880, e ci dispiace non essere riusciti ad andare oltre, ma è un buon risultato anche questo".
Ma per lei il Pukajirka non rappresenta qualcosa di più, in fondo è la montagna sulla quale è morto suo padre? "Sì, certo, ma lo stesso vale anche per gli altri, che di mio padre erano amici. E lo hanno dimostrato appunto all'arrivo al campo base". C'è da pensare anche a cosa abbia rappresentato per sua madre, il fatto che vent'anni dopo il figlio torni sulla stessa montagna che le ha portato via il marito: "Non credo fosse più preoccupata di quanto lo sia ogni volta che vado in montagna. Queste in fondo erano le mie vacanze. So che un giornale di Bergamo, quando si è saputo che saremmo tornati, ha scritto che eravamo salvi. Ma noi non siamo degli eroi, siamo solo gente con la passione per la montagna, che la conosce, che sa come comportarsi e si regola di conseguenza, senza correre rischi inutili. A questa stregua allora bisognerebe scrivere che sono "salvi" anche di quelli che tornano dalla Grecia".
Per maggiori informazioni e fotografie sulla spedizione "Pukajirka 2001" consultare l'indirizzo Internet www.scalve.com/caiscalve/pukajirka2001.htm
Allo stesso indirizzo ci sono racconti delle tra gedia del 1981 tratti dal libro di Piero Bonicelli "Pukajirka 1981 - Storie di uomini e montagne", edizioni Cedis 1983. (f.par.)

Articolo tratto da "Il Giornale di Bergamo" mercoledì 29 agosto 2001
Sono tornati gli alpinisti scalvini che erano andati sul Pukajirka per commemorare il dramma del 1981
A casa dopo le lacrime
Hanno lasciato una croce sul posto della tragedia.

La scalata è stata abbandonata a metà, ma non era questo l'importante. L'importante era andare là, su quella montagna maledetta, e ricordare ali amici. Quei tre giovani che esattamente vent'anni fa hanno perso la loro vita in una bara di ghiaccio in cima a quella stessa montagna. Sono tornati a casa lunedì sera i nove alpinisti Scalvini che nel corso del mese di agosto hanno partecipato alla missione "Pukajirka 2001" per ricordare Livio Piantoni, Italo Maj e Nani Tagliaferri, caduti mentre scalavano la montagna nelle Ande peruviane nel 1981. Sono tornati dopo avere lasciato sul posto della tragedia una piccola croce metallica a ricordo dei loro amici. E sono tornati senza essere riusciti a conquistare la vetta: la spedizione è arrivata proprio nella zona della tragedia, e lì ha trovato condizioni meteorologiche talmente proibitive che hanno preferito tornare indietro e non rischiare.

La spedizione era composta da Domenico Belingheri di Colere, Bortolo Bonaldi di Schilpario, Domenico Capitanio di Schilpario (ma abitante ora a Treviolo), Giovan Maria Grassi di Schilpario, Stefano Magri di Vilminore, Silvio Provenzi di Schilpario, Roberto Piantoni di Colere (figlio di una delle vittime del 1981) e i due superstiti del dramma di vent'anni fa, Rocco Belingheri di Colere e Flavio Bettineschi.
I nove, erano partiti lo scorso 30 luglio alla volta del Perù, nel giro di cinque giorni hanno coperto il tragitto verso il campo base camminando a una media di circa sette-otto ore al giorno. Nei primi giorni hanno superato passi come quelli di Los Cedros e Cullicocha (a quota rispettivamente 4.750 e 4.850 metri), passando tra morene e ghiacciai e visitando anche alcuni resti archeologici della zona. Una volta allestito il campo base hanno poi avuto a loro disposizione dodici giorni per arrivare in cima ai 6.010 metri del Pukajirka, dodici giorni nel corso dei quali hanno interrotto ogni collegamento. Ed è stato questo (oltre al ricordo della tragedia di vent'anni fa) a far stare particolarmente in apprensione le famiglie rimaste a casa. Gli alpinisti sono riusciti senza particolari problemi a salire lungo la montagna, finchè sono arrivati al punto dell'incidente: "Lì abbiamo lasciato la croce di alluminio per ricordare le tre vittime dell'81" - racconta Silvio Provenzi -. Ognuno lì ha pensato cose sue, non ne abbiamo nemmeno parlato, non so nemmeno cosa possano avere pensato i due che si sono salvati oppure Roberto, che lì ha perso il padre quando aveva quattro anni. Il problema è che proprio in quella zona sono cominciati i problemi: c'erano delle bufere di neve talmente violente che ci hanno impedito di andare avanti. Per un attimo abbiamo pensato di aspettare, poi c'erano troppe difficoltà sulla parete, e alla fine la cosa migliore è stata davvero quella di rientrare. Tanto l'importante non era alla fine proprio arrivare in cima ma lasciare quella croce. Il difficile adesso, dopo una cosa simile, sarà doversi riabituare alla normale vita di tutti i giorni".

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